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 Secondo Periodo Intermedio: Dalla XIII Alla XVII Dinastia

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MessaggioOggetto: Secondo Periodo Intermedio: Dalla XIII Alla XVII Dinastia   Sab Nov 05, 2011 12:34 am

II° PERIODO INTERMEDIO

(1786 – 1567 a.C.) Non si saprà mai perché Sebeknofru (o Sebeknofrura, come viene chiamata nei testi di data posteriore) sia stata considerata l’ultima sovrana della XII dinastia; sia il Canone di Torino sia l’elenco dei re di Saqqara e Manetone sono d’accordo su questo punto. Essendosi stabilita con una certa esattezza la data della fondazione della XVIII dinastia ad opera di Amosis I, dobbiamo accettare l’intervallo dal 1786 al 1567 a. C. come durata del II periodo intermedio, età ricca di problemi anche più astrusi di quelli del I.
Si può osservare che il disegno generale di queste due epoche oscure è più o meno lo stesso. Entrambe iniziano con un caotico susseguirsi d’insignificanti reggenti locali; in entrambe, le invasioni dalla Palestina gettano la loro ombra sul delta e anche sulla valle del Nilo; e per entrambe la salvezza giunge infine da una rude stirpe di principi tebani che, dopo aver soffocato i dissidi interni, scacciano lo straniero e aprono una nuova epoca di grande potenza e prosperità.
Secondo Manetone, la XIII dinastia era diospolita (tebana) e comprese sessanta re che regnarono complessivamente per 453 anni; la XIV dinastia conta a sua volta settantasei re originari di Xois, l’odierna Sakha al centro del delta, per complessivi 184 anni di regno o, secondo un’altra interpretazione, 484.
Per quanto riguarda il periodo dalla XV alla XVII dinastia ci sono divergenze nelle opere di Eusebio e Sesto Africano, mentre dallo storico ebreo Giuseppe Flavio se ne ha un resoconto assai più semplice presentato come un estratto letterale dell’opera di Manetone. Esaminando i dati forniti da Sesto Africano si vede che la sua XV dinastia è costituita da sei monarchi stranieri, i cosiddetti re pastori o Hyksos, la cui dominazione durò 284 anni. Anche nella XVI dinastia si ritrovano i re pastori, trentadue di numero per un totale di 518 anni. Per finire, durante la XVII dinastia, re pastori e re tebani regnarono contemporaneamente in antagonismo, 43 per ciascuna stirpe e 151 anni complessivi. Addizionando queste cifre (e per la XIV dinastia attenendosi a quella minore), si ottengono 217 re per un periodo di 1590 anni, superiore di ben sette volte alla durata dello stesso periodo, accertata dalla data sotiaca fornita dal papiro di El-Lahun.
Nella storia egizia la lunga durata di un regno è indice sicuro della prosperità del paese, si può quindi inversamente dedurne che, durante il periodo corrispondente nel Canone di Torino alle dinastie XIII e XIV di Manetone, il paese attraversava anni turbolenti e confusi e i suoi sovrani si assassinavano a vicenda e si succedevano con estrema rapidità.
Il Canone cita anche in due, se non in tre casi, periodi d’interregno, uno dei quali della durata di sei anni. Sempre nel Canone di Torino, immediatamente dopo una riga che può esser ricostruita cosi ” [Capo di un paese straniero] Khamudy “, ne segue un’altra che dice: “[Totale capi di] un paese straniero 6, uguale a 108 anni… “.
Si tratta ovviamente degli usurpatori stranieri citati da Sesto Africano in corrispondenza alle dinastie XV, XVI e XVII di Manetone. La frase appena citata porta a concludere che il Canone abbraccia dinastie diverse che regnarono contemporaneamente in diverse regioni dell’Egitto, anche se questo era ignoto al compilatore. Sottraendo infatti 108 anni ai 211 che si possono al massimo concedere per il II periodo intermedio, si trovano un centinaio di re ammassati in poco più di un secolo, cosa evidentemente assurda, tanto più tenendo conto dei sopra citati 108 anni assegnati a sei regni. Ne consegue che i 108 anni dei re Hyksos non possono esser sottratti in questo modo e devono riferirsi a una dominazione che interessò solo una qualche regione del delta.
L’alternativa più recente, accettata da tutti gli egittologi, è che il Canone comprendesse nel proprio elenco molti sovrani che regnarono nello stesso periodo ma presumibilmente in regioni del paese assai distanti l’una dall’altra. Ai dominatori Hyksos viene comunemente associata la XV dinastia. La XVI dinastia di Manetone pare interamente fittizia, e la XVII può servire solo per classificare i principi tebani in essa compresi. I Tebani che salvarono l’Egitto appartenevano a una famiglia strettamente unita nella quale le donne ebbero una parte straordinariamente importante, fosse per il fascino personale o perché considerate veicoli del sangue regale.

XIII e XIV Dinastia
(1786 – 1567 a. C.) Esistono prove che per tutta la XIII dinastia (corrispondente più o meno alla sesta colonna del Canone di Torino) la capitale dei faraoni era ancora a Lisht, sebbene la corte si trasferisse talvolta a Tebe.
Non esistono dubbi sui due primi sovrani della XIII dinastia, rispettivamente Sekhemra-khutowe e Sekhemkara, gli ultimi re citati dal papiro di El-Lahun e gli ultimi durante il cui regno i livelli del Nilo vennero registrati a Semna. Tra tutti e due regnarono non più di dieci anni dopo i quali c’è un periodo di sei anni senza re, documentato dal Canone di Torino. E’ accertato che entrambi regnarono su tutto il paese, dal Faiyum alla seconda cateratta e oltre, e il fatto che il primo dei due prese come nome regale quello di Amenemhe-Sebekhotpe e il secondo quello di Amenemhe-sonbef dimostra come essi si aggrappassero disperatamente alla speranza di esser considerati legittimi successori della XII dinastia.
La stessa speranza si manifesta in modo anche più patetico nel nome di Sankhibra, sesto re della dinastia, che volle per sé nientemeno che il titolo pomposo di Ameny-Inytef-Amenemhe. Immediatamente prima di lui c’è un ” nuovo venuto ” che porta il nome plebeo di Afnai (“Egli è mio”) e circa sei caselle dopo s’incontra un altro sovrano dal nome ugualmente plebeo di Rensonb, che non rimase sul trono più di quattro mesi. E’ degno di nota il fatto che ben sei re di questo periodo scegliessero il nome di Sebekhotpe “Sobek è soddisfatto “, dove viene fatto riferimento al dio coccodrillo del Faiyum. La prima a onorarlo citandolo in un cartiglio era stata la regina Sebeknofru (XII dinastia).
Secondo il Canone, a Sebekhotpe III successe un Neferhotep che regnò undici anni. Le testimonianze su costui, come sul suo predecessore, sono relativamente numerose. Varie iscrizioni su roccia presso la prima cateratta ricorderebbero una sua visita nella località, ed una lapide in steatite trovata nello Wadi Halfa dimostra che la sua autorità si estendeva almeno fin laggiù. Questo Neferhotep (pare sia esistito un secondo re con lo stesso nome che non si sa dove collocare) fu seguito da un Sihathor che rimase sul trono solo per tre mesi.
Gli successe un fratello di Neferhotep (anch’egli nato dagli stessi genitori entrambi di stirpe non regale), Khaneferra-Sebekhotpe, quarto re di questo nome; la cifra dei suoi anni di regno si perde in una lacuna, ma si conosce una stele che risale all’ottavo anno . Evidentemente fu anche questi un potente monarca, a giudicare dal numero dei monumenti rimasti. E’ mai possibile che questo re della XIII dinastia sia stato cosi intraprendente da mandare messi o soldati oltre la terza cateratta?
A un quinto Sebekhotpe il Canone di Torino non assegna che quattro anni di regno. Gli successe un Wahibra-Iayeb con dieci anni di regno, quindi un Merneferra con ben ventitre anni di regno. Quasi nulla resta a ricordare questi due re, se si eccettui una stele, un architrave e qualche scarabeo, ma non devono esser stati sovrani insignificanti se riuscirono a serbare cosi a lungo la fedeltà dei propri sudditi. Dopo un Merhotep con il nome Inai, non altrimenti noto che per una stele e uno scarabeo, sulla scena della storia cala un’oscurità che ben poco permette di distinguere oltre ai soli nomi regali.

XV Dinastia – Dominazione Hyksos
(1786-1567 a.C.) A proposito di questi stranieri lo storico ebreo Giuseppe Flavio nella sua polemica Contro Apione fornisce una diversa interpretazione del nome di Hyksos derivata da un altro manoscritto, secondo la quale esso significherebbe “prigionieri pastori”, dall’egizio hyk “prigioniero”. E’ questa l’etimologia che preferisce, ritenendo, come molti egittologi, che la storia biblica del soggiorno degli Ebrei in Egitto e dell’esodo successivo traesse origine dall’occupazione degli Hyksos e dalla loro susseguente cacciata. In effetti, benché entrambe le etimologie abbiano fondate basi linguistiche, né l’una né l’altra è quella esatta.
Il termine Hyksos deriva senza dubbio dall’espressione hik-khase, “capotribù di un paese collinare straniero”, che dal Medio Regno in poi venne usata per indicare gli sceicchi beduini. Sono stati trovati scarabei, appartenuti con certezza a re Hyksos, che recano questo titolo, ma con la parola “paese” al plurale. E’ importante osservare, tuttavia, che il termine si riferisce unicamente ai sovrani, e non, come pensava Giuseppe Flavio, alla razza intera. A questo riguardo gli studiosi moderni sono spesso caduti in errore, avendo alcuni persino insinuato che gli Hyksos appartenessero a una razza particolare che dopo aver conquistato la Siria e la Palestina era infine penetrata con la forza nell’Egitto. Niente però giustifica una simile ipotesi. L’invasione del delta per opera di una nuova razza specifica è fuori questione; si deve piuttosto pensare a un’infiltrazione di Palestinesi lieti di trovare rifugio in un più pacifico e fertile paese. Alcuni di essi, se non la maggior parte, erano semiti.
Dei sei monarchi Hyksos nominati anche da Sesto Africano, ma sotto una forma leggermente diversa, solo Apophis è individuabile con sicurezza nei geroglifici. Si conoscono tre re diversi che hanno come nome Apopi e come prenome rispettivamente Akenenra, Aweserra e Nebkhepeshra, quest’ultimo fu presumibilmente il meno importante, dato che non gli viene attribuito l’intero complesso di titoli faraonici goduto dagli altri due.
Gli oggetti con i nomi di questi re sono scarsi, ma bastano a dimostrare che almeno Akenenra e Aweserra furono considerati legittimi sovrani dell’Egitto. Meno certa, ma tuttavia probabile, è l’identificazione del Iannas di Manetone con un “capo dei paesi stranieri Khayan” su molti scarabei, ma talvolta definito “il figlio di Ra, Seweserenra”.
Nome e prenome si trovano riuniti in un solo cartiglio sul coperchio di una vaso di alabastro scoperto da Evans a Cnosso in Creta, e il prenome Seweserenra ricorre anche sul petto di una piccola sfinge comprata presso un mercante di Baghdad. Basandosi su questi deboli indizi qualche studioso ha prospettato l’ipotesi che Khayan si fosse costituito un vasto impero comprendente tutti i luoghi citati, ipotesi da rifiutarsi perché troppo fantasiosa, per quanto sembri lecito ritenere ch’egli sia stato al tempo stesso capo locale in Palestina e faraone in Egitto. Ad ogni modo, egli può a buon diritto essere considerato uno dei sei principali monarchi Hyksos.
Lo stesso non si può dire di certi altri pretendenti al titolo di sovrano, il cui solo ricordo sono alcuni scarabei e sigilli cilindrici provenienti da regioni cosi lontane fra loro come la Palestina meridionale e l’avamposto di Kerma nel Sudan. Per uno o due di essi, come Anat-her e Semken, il diritto a esser considerato un re Hyksos si basa sull’uso del titolo di capotribù, ma anche coloro che come Merwoser e Maayebra chiudono il proprio nome in un cartiglio, o che come Yamu e Sheshi ostentano l’orgoglioso epiteto di “figlio di Ra”, non hanno maggior diritto di quello derivante dallo stile degli oggetti che li nominano. Nessun monumento, nessuna epigrafe su roccia resta a testimoniare la loro sovranità, e la vasta diffusione di oggetti facilmente trasportabili come gli scarabei non ha valore di prova.
Di recente è in voga la teoria secondo la quale esistono due gruppi di Hyksos, l’uno composto dai sei re elencati da Manetone, l’altro comprendente i nebulosi personaggi appena citati. Di quest’ultimo gruppo è certo che nessuno raggiunse mai la dignità di faraone che qualcuno ha loro attribuito. Come si è già accennato, sembra inevitabile identificare i sei re Hyksos di Manetone con i sei “capi di paesi stranieri “ricordati nell’importantissimo frammento del Canone di Torino.
L’intervallo fra la fine della XII dinastia e l’ascesa al trono di Amosis, fondatore della XVIII dinastia e vincitore degli Hyksos, fu di soli 211 anni. Se si situa nel quarto anno del regno di Amosis la fine dell’occupazione straniera e si sottraggono 108 dai risultanti 215 anni, non ne rimangono che 107 per le dinastie XIII e XIV di Manetone; che l’occupazione straniera comprenda anche un lungo tratto della XIV dinastia sembra escluso dal lungo regno di Neferhotep, il cui dominio si estendeva a nord fino a Biblo. Se ne conclude che difficilmente può esservi spazio per più di sei re Hyksos abbastanza potenti da sedere sul trono dei faraoni.
Un’altra prova convincente è data dal fatto che tra i “primi sovrani” di Manetone ci sia un Apophis; risulterà infatti che questo era anche il nome del re Hyksos contro il quale combatté Kamose, fratello e immediato predecessore di Amosis. Cosicché i sei re abbraccerebbero non solo l’inizio, ma anche la fine della dominazione straniera.
Ritornando allo storico Giuseppe Flavio e alle sue citazioni da Manetone, è chiaro ch’egli possedeva esatte informazioni su Avaris (Haware), il caposaldo che fin dall’inizio gli Hyksos avevano scelto come loro base. Secondo il racconto del cronista ebreo, la città si trovava in quella parte del delta orientale conosciuta come nomo Sethroita.
Sull’esatta ubicazione di Haware, per dare ad Avaris il nome egizio, le opinioni divergono. La maggioranza degli studiosi ritiene che Avari fosse l’antica designazione di quella che divenne più tardi la grande città di Tanis, mentre altri propendono per una località vicino a Qantir, circa undici miglia più a sud.
Ad Avari gli Hyksos adoravano lo strano dio animale Seth. Ne abbiamo già parlato come del nemico e assassino del buon dio Osiride, ma gli Hyksos preferirono ignorarne questo deplorevole aspetto, come del resto già si faceva da tempo immemorabile in quel remoto angolo del delta. Questa nuova versione di Seth ora scritto alla maniera babilonese corrispondente alla pronuncia Sutekh, aveva certo caratteri più asiatica che non il primitivo dio indigeno, e nell’abbigliamento e nell’acconciatura del capo si notava una netta rassomiglianza con il dio semitico Baal. E’ provato che gli Hyksos lo anteposero a tutte le altre divinità egizie, ma non ha reale fondamento l’accusa che quest’ultime fossero da essi tenute in dispregio e il loro culto perseguitato.
Gli Hyksos avrebbero occupato Avaris per più di cinquant’anni prima che uno di loro si sentisse abbastanza forte da assumere il titolo di faraone legittimo. E’ importante osservare che la data della fondazione di Tanis fu ricordata a lungo: la Bibbia (Numeri 13.22) narra che “Hebron fu costruita sette anni prima di Zoan [Tanis] in Egitto “, il che confermerebbe l’identità di Tanis con Avaris, ma il valore dell’asserzione è molto discusso.
Le fonti dell’epoca ci hanno rivelato una realtà poco veritiera sull’umiliante episodio della dominazione degli Hyksos: è nota la deformazione della verità dovuta a un certo tipo di letteratura divenuto convenzionale presso gli storici egizi, che di solito dipingono a tinte esageratamente fosche i periodi di miseria e anarchia perché maggior gloria ne derivi al monarca cui viene attribuita la salvezza del paese. Il racconto di Manetone rappresenta l’ultimo stadio di un processo di falsificazione iniziato una generazione dopo la vittoria di Amosis.
Appena ottant’anni dopo la cacciata del nemico, la regina Hatshepsut descriveva l’invasione in maniera simile a quella del racconto di Sekenenra e Apophis, e gli stessi paralleli si troveranno in seguito sotto Tuthankhamon, Merenptah e Ramses IV.
Non è da credere che un potente esercito d’invasori asiatici si sia abbattuto come un uragano sul delta e che, dopo aver occupato Menfi, abbia infierito sulle popolazioni indigene con ogni sorta di crudeltà. Le rare testimonianze lasciate dai re Hyksos rivelano al contrario un sincero sforzo di accattivarsi gli abitanti e di imitare gli attributi e i sistemi dei deboli faraoni che avevano scacciato dal trono. E’ ovvio, del resto, che altrimenti essi non avrebbero adottato la scrittura geroglifica e assunto nomi composti con quello del dio sole Ra. L’affermazione ch’essi imposero tributi all’Alto e al Basso Egitto è per lo meno dubbia.
La teoria di un’occupazione generale del paese da parte degli Hyksos è stata definitivamente smentita dalla grande iscrizione di Kamose, nella quale è chiaramente sottinteso che gli invasori non avanzarono mai più in là di Gebelen, e anzi, poco dopo, furono costretti a stabilire il loro confine meridionale a Khmun.
La dominazione degli Hyksos non fu senza conseguenze per la civiltà materiale dell’Egitto. La più importante fu l’introduzione del cavallo e del cocchio che doveva avere una cosi gran parte nella futura storia del paese. Non è provato che queste novità abbiano contribuito in misura notevole alla vittoria degli Asiatici, ma certo furono di grande aiuto agli Egizi stessi nelle successive campagne militari. Anche nuovi tipi di pugnali e spade, armi di bronzo e il robusto arco asiatico devono esser contati tra i profitti di un episodio che altrimenti non potrebbe esser ricordato che come un disastro nazionale.

XVI e XVII Dinastia
(1786-1567 a.C.) Appartengono a queste dinastie i principi tebani che finirono per respingere gli invasori Hyksos. Si tratta di una lunga serie di monarchi che probabilmente abbraccia tutta l’ultima metà del II periodo intermedio.
Circa dodici sono i re da prendersi in considerazione, ed è una prova dell’influenza esercitata da Manetone se ancor oggi si discute seriamente su quanti di essi debbano essere assegnati alla XVI dinastia e quanti alla XVII. Ben di rado è possibile determinarne la sequenza precisa ed è impossibile far capo, come nella XI dinastia, a un progenitore comune.
E’ opportuno iniziare con un certo Rahotpe citato nell’elenco dei re di Karnak e forse anche nel Canone di Torino. E’ possibile che il re successivo, al quale sono attribuiti sedici anni di regno, sia stato il Sebekemsaf al cui settimo anno risale il graffito visto da Lepsius a Wadi Hammamat. Un po’ più avanti leggiamo di un Nebirierau la cui importanza è dovuta alla datazione di una grande stele che, pur trattando dei fatti privati di due funzionari, fu collocata per ordine del re nel tempio di Karnak come documento degno di esser conservato.
Tra i monumenti ritrovati risalenti a questo periodo vi sono due tombe che appartenevano a due re, entrambi col nome di Sekenenra-Taco, cosa estremamente improbabile. Può anche darsi che il nome fosse Taco nei due casi, ma solo il secondo re doveva avere il prenome di Sekenenra. Con questo re si è quasi alla fine della XVII dinastia e si sta per giungere alla cacciata degli Hyksos.

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