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 Terzo Periodo Intermedio : Dalla XXI Dinastia all'Egitto e Assiria

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Arwen
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MessaggioOggetto: Terzo Periodo Intermedio : Dalla XXI Dinastia all'Egitto e Assiria   Sab Nov 05, 2011 12:50 am

III periodo intermedio

(1080 – 665 a.C.) Alla morte di Ramses XI, l’Egitto era nuovamente diviso in due: al nord il visir Smendes, a cui la moglie, probabilmente, aveva portato in dote il diritto al trono, al sud l’anziano Hrihor. I due poteri non erano ostili, sembra anzi che Hrihor si dichiarasse vassallo di Smendes. Ma è un vassallaggio a parole, visto che, come re dell’Alto Egitto e soprattutto in quanto vero capo del clero di Amon (alla cui testa aveva messo suo figlio Piankhi) Hrihor era il padrone assoluto della Tebaide e del sud del paese.
Hrihor era già anziano quando prese il potere nel sud, perciò, se anche avesse avuto l’intenzione di occupare il nord, non ne ebbe il tempo. Alla sua morte, il paese risultava diviso tra un potere di fatto in Alto Egitto con a capo Piankhi, il figlio di Hrihor, e un re legittimo al nord, Smendes, capostipite della XXI dinastia, con capitale a Tanis, nel delta orientale del Nilo.
Anche alla morte di Smendes, come a quella di Hrihor, nulla cambiò in Egitto; egli lasciò il suo potere a Psusennes I, il quale, non avendo figli, diede in sposa sua figlia Makare, che, secondo l’uso egiziano, deteneva il diritto al trono, al figlio di Piankhi, che era sempre grande sacerdote di Amon e manteneva il potere in Alto Egitto.
Il figlio di Piankhi, Pinegem I, ereditò dunque il potere al sud grazie a suo padre, e al nord grazie a sua moglie e, quando salì al trono, sembrò che l’unità egiziana potesse essere nuovamente assicurata: le forze disgregatrici però, erano troppo potenti per essere contrastate così facilmente. Pinegem tentò, resistendo al nord, di mantenere la sua autorità al sud nominando il suo figlio maggiore grande sacerdote di Amon ma, alla morte del figlio, scoppiò la rivolta a Tebe. Il faraone nominò allora il suo secondo figlio alla testa del clero a Tebe, ma questi, Menkheperra, si impadronì del potere per i suoi fini, facendo cosi naufragare una volta per tutte i sogni paterni.
Menkheperra, grande sacerdote di Amon, diventò re e così malgrado gli sforzi di Pinegem, l’Egitto fu di nuovo diviso, e questo andò a discapito di tutto il paese, poiché anche il clero di Amon non ebbe più il potere che aveva sotto la XVIII-XIX dinastia. Il tesoro si era impoverito, non potendo più disporre dei tributi stranieri che le guerre incessanti dei grandi faraoni dell’antichità, in altri tempi, portavano ai suoi magazzini, e quindi si dovette far conto solo sulle rendite dei terreni del tempio, che erano in gran parte assorbiti dallo stesso clero.
Dopo la morte di Pinegem, la dinastia continuò ad essere divisa; mentre a Tanis, nel nord, regnò prima Amenemope e poi i suoi successori Siamon e Psusennes II, a Tebe succedettero a Menkheperra i suoi figli. Essi portarono gli stessi nomi dei re che regnarono nel nord, e si conosce, a sud, un Psusennes con un regno molto breve e un Pinegem contemporaneo di Siamon. Una particolarità dominò durante tutta la XXI dinastia: la divisione dell’Egitto, che esisteva di fatto, non fu mai dichiarata ufficialmente.
I re taniti (da Tanis) furono i sovrani legittimi dell’Egitto mentre, a Tebe, i discendenti di Menkheperra, a differenza del padre, non si fregiarono del titolo reale.
La scissione virtuale tra nord e sud non fu la sola crepa nell’edificio politico: nel Medio Egitto, a Eracleopoli, una famiglia libica prese il potere localmente e acquistò sempre più importanza fino a soppiantare i re taniti e a instaurare la XXII dinastia.
Questa dinastia, d’origine libica, costituì una sorta di dittatura militare. Essendosi sempre più ridotto il numero di soldati egiziani, i mercenari libici, i mashauash, formarono, da soli, l’esercito egiziano e i loro capi disposero di un potere sempre più grande dato che il paese, diviso, era sempre più debole; rappresentavano la forza armata e ne approfittarono per usurpare l’autorità suprema. Ci si poteva attendere, durante il loro governo, una restaurazione dell’unità politica, come succede generalmente quando una minoranza armata prende il potere, ma cosi non fu.
La XXII dinastia era divisa e debole come la XXI, e ciò per diverse ragioni; tanto per cominciare i libici si erano installati in Egitto sin dalla XX dinastia e, nel corso dei secoli, si erano assimilati, perdendo cosi, attraverso i ripetuti matrimoni misti, i caratteri razziali che costituivano parte della loro forza. In seguito, meno evoluti degli egiziani, adottarono la loro civiltà, e quindi non ebbero più quelle tradizioni proprie che, distinguendoli e isolandoli dai locali, gli avrebbero permesso di dominarli: erano egiziani di origine straniera, non stranieri. Inoltre la rottura fra nord e sud aveva cause troppo profonde perché vi potesse porre rimedio un potere usurpato come quello della XXII dinastia.
La famiglia dei Sheshonq, alla quale appartenevano i re di questa dinastia, fornisce un eccellente esempio di questo processo di assimilazione. Stabilitisi nella regione di Eracleopoli, da sempre zona libica per eccellenza, i Sheshonq, il cui nome non è egiziano, dovevano essere, all’origine, puramente libici, ma diventarono egiziani ancora prima di salire al potere. Dopo essere stati capi militari, divennero sacerdoti e, a questo titolo, pretesero di essere sepolti a Abido come gli egiziani.
Il potere della famiglia si estese fino a Bubastis, nel delta. Alla morte di Psusennes II, Sheshonq I diventò re e, per legittimare la sua dinastia, fece sposare suo figlio Osorkon con la figlia di Psusennes. La dittatura militare libica fu anche causa di disordini nel paese, soprattutto nella zona di Tebe, ed è persino possibile, anche se non se ne hanno le prove, che parte del clero di Amon si sia volontariamente esiliato nel Sudan.
Inevitabilmente attirati verso il nord, vero centro di gravità dell’Egitto, i libici abbandonarono Eracleopoli e si installarono nel delta, da lì Sheshonq I organizzò una spedizione in Palestina e prese Gerusalemme, saccheggiandone il tempio. In questo modo ristabilì momentaneamente un certo prestigio egiziano in Asia, ma non si trattò di una conquista vera e propria, e il solo risultato pratico furono i proventi di un ricco bottino per i templi egiziani.
La successione di Sheshonq I fu una faccenda molto complessa; la presa di potere dei libici non aveva cambiato in nulla la divisione virtuale del paese tra nord e sud e Sheshonq I, riprendendo la politica dei suoi predecessori, tentò soltanto di usare a suo favore l’influenza del clero di Amon, alla cui testa mise suo figlio. Anche i suoi successori tentarono di imitarlo ma, come per i re della XXI dinastia, i loro sforzi furono vani, e i figli che essi nominarono alla testa del clero di Tebe costituirono sempre delle dinastie parallele al sud. Per contrastare questa tendenza, i faraoni cercarono di diminuire l’influenza della casta sacerdotale di Amon, creando un nuovo titolo religioso, quello di «Sposa del dio» o di «Divina adoratrice di Amon», che veniva dato sempre e soltanto alle principesse; il risultato però, fu che esse acquisirono altrettanto potere di quello dei grandi sacerdoti, senza peraltro essere più fedeli al re.
L’Egitto quindi restò diviso e, alla fine della XXII dinastia, Tebe si ribellò apertamente per ben due volte al re del nord: questo fatto fa supporre una crescente indipendenza dei re tebani nei riguardi della regalità.
Sotto gli ultimi re della XXII dinastia, Sheshonq III, Pami e Sheshonq IV, l’anarchia continuò a crescere e l’Egitto mostrò una tendenza sempre maggiore al frazionamento, soprattutto nella zona del delta.
La XXIII dinastia venne fondata prima che la XXII si fosse estinta, e le due dinastie furono in parte parallele. È possibile anche, a giudicare dai nomi portati dai faraoni della XXIII dinastia (Pedubast, Sheshonq V, Osorkon III, Takelot III) che fossero imparentati con quelli della XXII. La capitale della nuova dinastia fu Bubastis, dove la famiglia dei Sheshonq si era installata molto prima di prendere il potere, e così la divisione nord-sud si complicò ulteriormente, creando una nuova frammentazione est-ovest nel delta. Ma le divisioni non finirono lì; a fianco delle due dinastie parallele, sembra che le dinastie locali si siano moltiplicate, al nord, fino all’avvento della XXIV. Anche se questi piccoli re non erano ostili gli uni agli altri, il frazionamento del potere era pericoloso per l’Egitto, che si trovava nell’impossibilità di creare un esercito potente, e di assicurare i contributi economici e i lavori di manutenzione generale indispensabili alla prosperità del paese.
Verso il 730 a.C., la situazione era molto confusa: nel delta il potere era diviso, da una parte tra i faraoni della XXII e quelli della XXIII dinastia, e dall’altra fra usurpatori per lo più libici che avevano preso il potere localmente. Nel Medio Egitto è praticamente impossibile capire chi faceva capo ai faraoni della XXII e chi a quelli della XXIII dinastia, e comunque, tra le due fazioni, non c’era nessuna ostilità. In Alto Egitto, infine, il grande sacerdote e la divina adoratrice di Amon, parenti dei faraoni del nord, regnavano autonomamente a Tebe, mentre si suppone che, in Sudan, i componenti del clero di Amon che si erano rifugiati lì, si fossero costituiti in principato autonomo con capitale a Napata, anche se è più verosimile che i sovrani di questo nuovo regno fossero sudanesi.
L’Egitto era quindi più diviso che mai, ma presto si farà sentire una forte (e duplice) tendenza alla centralizzazione. Nel 751 circa Piankhy, un re dal nome egiziano (il che non vuol dire che avesse origini egiziane) salì al trono a Napata, in Sudan. Gli egiziani non erano mai stati molto numerosi in Nubia, e si erano completamente mescolati alla popolazione locale, per cui Piankhy governava un popolo di sudanesi, e sembrava non dovere nulla all’Egitto (da cui il nome di «etiope» dato alla sua dinastia). Mentre lui cercò di unificare l’Egitto partendo da sud, a Sais, nel delta, il re locale, Tefnakht, cominciò a ricostruire intorno a sé l’unità del paese. Sembra che abbia proceduto con la persuasione, più che con la conquista armata: fece riconoscere la sua autorità ai governanti locali e li confermò nei propri poteri come vassalli. Una volta unificato il nord, Tefnakht penetrò in Medio Egitto, dove si scontrò con Piankhy che era partito dal sud. Si conoscono le vicende di questa lotta tramite un solo documento, la stele di Piankhy, che dà una visione «sudista» dell’avvenimento, ed è una fonte molto partigiana. In questo documento il re si vantò di aver completamente sconfitto Tefnakht e di aver conquistato l’Egitto fino ai confini marittimi del delta. In effetti, se è possibile che abbia respinto Tefnakht e i suoi vassalli del Medio Egitto, è piuttosto improbabile che sia andato più lontano poiché, subito dopo la sua pretesa vittoria, non solo Piankhy tornò a Napata, ma esiste anche la prova che Tefnakht governò il delta ancora per qualche anno dopo la tanto vantata conquista etiope.
Comunque sia, Tefnakht fu il fondatore della XXIV dinastia, che fu formata da due soli re: Tefnakht e Boccoris. Questa dinastia regnò nel nord mentre Piankhy, con la XXV dinastia etiope governò parallelamente al sud, estendendo forse il suo potere fino a Menti: l’unificazione era fallita.
Nel nord, Boccoris succedette a suo padre Tefnakht. Egli passò per essere stato un legislatore, ma si sa ben poco su di lui, se non che sollevò una rivolta in Palestina contro gli Assiri, che l’appoggiò con un distaccamento egiziano, e che fu sconfitto. Morì durante i combattimenti per la conquista del delta da parte di Shabaka.
Nel sud, Shabaka, successore di Piankhy, governava fino a Tebe, e, forse, fino a Menfi. Egli abbandonò Napata per stabilirsi a Menfi, dove la sacerdotessa divina adoratrice di Amon era ormai di discendenza sudanese. Da lì partì alla conquista del Basso Egitto, a cui il padre Piankhy aveva rinunciato, e sembra che quest’impresa gli riuscì, anche se non si ha nessun dettaglio circa questa conquista, nel corso della quale fu ucciso Boccoris. Shabaka si trasferì poi al nord e, al contrario di Tefnakht e Boccoris, non si oppose agli assiri. Scomparsa la XXIV dinastia, la XXV regnò in Egitto solo nominalmente, perché sembra che il paese non sia mai stato, in realtà, totalmente pacificato.
I successori di Shabaka furono Shebitku e Taharqa. I due intrapresero una politica attiva in Asia e favorirono le rivolte palestinesi contro gli assiri, ma non furono più fortunati di Boccoris, e fu per pura fortuna che l’esercito assiro, vinta la coalizione palestinese, non distrusse Gerusalemme e l’esercito egiziano (sembra che un’epidemia di peste abbia dissuaso gli assiri dal combattere).
Per poter sorvegliare la situazione nel Mediterraneo, Taharqa fu obbligato, come i suoi predecessori, a installarsi nel Basso Egitto, e risiedette a Tanis. Era perciò troppo lontano dall’Alto Egitto per poterlo governare efficacemente, ma fece uno sforzo per assicurarsene almeno la fedeltà. Rompendo con la tradizione non lasciò più tutti i poteri al clero di Amon, ma ne conferì una parte al «governatore del sud», Montuemhat; cosi separò deliberatamente il potere spirituale da quello temporale, per motivi politici.

XXI Dinastia (Tanita)
(1078-945 a.C.) Per tutto il secolo XI e quelli precedenti l’era cristiana il fondamentale dualismo della terra dei faraoni si manifestò in modo nuovo e inatteso. Due capitali distinte si dividevano ormai il governo dell’Egitto, Tebe a sud e Tanis a nord; e, strano a dirsi, le relazioni fra le due metà del paese erano amichevoli e procedevano in uno spirito di collaborazione. Per il momento il trono era vacante. L’assenza di un faraone non poteva esser tollerata a lungo, e Nesbanebded non tardò a far valere i suoi diritti. Il suo nome significa “Colui che appartiene all’Ariete di Djedé” e Djedé è l’importante città al centro del delta chiamata Mendés dai Greci.
Manetone pone a capo della sua XXI dinastia dei sette sovrani di Tanis, Smendes, una pronuncia di Nesbanebded che coglie abbastanza nel segno. Smendes, come originario di Djede, non può aver avuto alcun diritto personale al trono, e pare ovvio che egli dovesse il titolo regale non solo al suo forte carattere, ma anche alla moglie Tentamun; evidentemente fu questa donna l’anello di congiunzione fra Tebe e Tanis. Sotto Smendes in Egitto riprese una certa attività edilizia, con restauri e nuove costruzioni, segno di grande potere.
Il nome di Tebe non ricorre più negli elenchi di dinastie di Manetone e tutte le date trovate nelle epigrafi si riferiscono evidentemente ai regni taniti. I sovrani non ambivano più a esser sepolti a Biban el-Muluk, e gli scavi archeologici a Tanis hanno riportato alla luce le tombe di Psusennes I e di Amenemope, rispettivamente secondo e terzo re della XXI dinastia, tralasciando Neferkara, il cui regno fu probabilmente effimero. Questi sepolcri comunque sono delle costruzioni misere e modeste se paragonati alle grandi tombe sotterranee a occidente di Tebe, per non citare le imponenti piramidi dei tempi più antichi.
A Tebe il modello di governo lasciato in eredità da Hrihor ai suoi discendenti fu mantenuto con pochi mutamenti. Alla morte di Smendes, come a quella di Hrihor, infatti nulla cambiò in Egitto. Come già detto, seguirono lotte.
L’alto sacerdozio a Tebe fu quindi successivamente ricoperto da Piankhi, Pinudjem I, Masaherta, Menkheperra e Pinudjem II, passando di padre in figlio eccettuato nel caso di Menkheperra, fratello del suo predecessore. Insieme al titolo sacerdotale questi pontefici assumevano quello di “Gran Comandante dell’Esercito” o “Gran Comandante dell’Esercito di tutto il paese”, chiaro indizio dell’instabile situazione dell’Egitto; i titoli di “Visir” o di “Figlio del re di Cush” erano aggiunti talvolta, probabilmente solo in ossequio alla tradizione.
Mentre la sequenza dei sacerdoti tebani e i reciproci rapporti di parentela sono stati stabiliti con certezza, questo non è stato possibile per i sovrani di Tanis. Per i primi quattro si può probabilmente accettare l’ordine di successione fornito da Manetone: Smendes, Psusennes, Nephercheres e Amenaophthis ma il quinto nome, Osochor, è forse preso a prestito dalla XXII dinastia, mentre il successivo, Psinaches, non è stato individuato in alcun geroglifico.
A questo punto comunque va inserito Siamun, il faraone che pose i suggelli al grande “nascondiglio” di Deir el-Bahri, e del quale si sa che regnò diciassette anni: Alla fine della dinastia Manetone nomina un secondo Psusennes, e questo è confermato dai monumenti. Si è, però, talvolta supposta l’esistenza di un terzo Psusennes, da non confondersi col secondo. La cronologia della XXI dinastia è ancor più controversa che non l’ordine di successione dei suoi monarchi. Sesto Africano attribuisce 26 anni di regno a Smendes, 46 a Psusennes I, 14 a Psusennes II, e periodi molto più brevi agli altri; ma le fonti più antiche tacciono su tutti e tre i regni.
Fu durante la XXI dinastia che i sacerdoti di Amon predisposero quello che ai giorni nostri viene comunemente chiamato “nascondiglio di Deir el-Bahri”. Ammonticchiati in questo modesto sepolcro furono trovati sarcofagi, mummie, e vari arredi funebri, portati là dopo lunghe peregrinazioni dai successori di Hrihor.
Quasi subito dopo i funerali, i potenti re delle dinastie che vanno dalla XVIII alla XX rimanevano esposti a violazioni e furti da parte dei rapaci abitanti della necropoli tebana, e fu solo in un ultimo disperato tentativo di porre fine a questi atti sacrileghi che intervennero i gran sacerdoti della XXI dinastia. Ormai potevano farlo con piena fiducia nella riuscita in quanto gli ornamenti d’oro e gli altri oggetti preziosi erano già da tempo scomparsi e ben poco rimaneva da salvare oltre alle bare e alle salme.
Oltre alle mummie di nove re furono scoperte quelle di numerose regine, di qualche principe e personaggi minori. Su alcune bare e sui bendaggi delle mummie, sigilli in caratteri ieratici rivelavano la data dell’inumazione e i nomi delle autorità che l’avevano predisposta. Più importanti da un punto di vista strettamente storico erano i sarcofagi intatti di gran sacerdoti della XXI dinastia e delle loro donne. Fra le ultime salme sepolte erano quelle di Pinudjem II e di sua moglie Neskhons. Dopo di loro, nel decimo anno di regno del sovrano tanita Siamun, il “nascondiglio” fu sigillato, ma fu poi riaperto sotto il regno di Shoshenk I per seppellirvi un sacerdote di Amon di nome Djedptahefronkh.

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MessaggioOggetto: Re: Terzo Periodo Intermedio : Dalla XXI Dinastia all'Egitto e Assiria   Sab Nov 05, 2011 12:53 am

XXII Dinastia (Libica)
(945-730 a.C.) Non molti anni dopo il 950 a. C. lo scettro dei faraoni passò nelle mani di una famiglia straniera. I primi re di questa stirpe si attribuivano il titolo di “capi dei Meshwesh”, spesso abbreviato in “capi dei Ma”, e talvolta parafrasato in “capi degli stranieri”. Questi erano evidentemente molto affini a quei Libi respinti con tanta difficoltà da Merenptah e Ramses III. Ma non sarebbe giusto considerarli nuovi invasori; la teoria più plausibile è che fossero discendenti di prigionieri di guerra o di coloni stabilitisi volontariamente in Egitto, ai quali, come agli Sherden, erano state concesse terre in proprietà a condizione che prestassero servizio militare.
Comunque sia, essi erano divenuti così numerosi ed importanti da potersi impadronire del governo, quasi senza provocare attriti. Come gli Hyksos d’altri tempi, ambivano ad apparire egizi di nascita, pur continuando ad ornarsi il capo delle piume che erano sempre state una caratteristica del loro costume. La famiglia dei Sheshonq, alla quale appartenevano i re di questa dinastia, fornisce un eccellente esempio di questo processo di assimilazione.
Stabilitisi nella regione di Eracleopoli, da sempre zona libica per eccellenza, i Sheshonq, il cui nome non è egiziano, dovevano essere, all’origine, puramente libici, ma diventarono egiziani ancora prima di salire al potere. Dopo essere stati capi militari, divennero sacerdoti e, a questo titolo, pretesero di essere sepolti a Abido come gli egiziani.
Il potere della famiglia si estese fino a Bubastis, nel delta. La dittatura militare libica fu anche causa di disordini nel paese, soprattutto nella zona di Tebe, ed è persino possibile, anche se non se ne hanno le prove, che parte del clero di Amon si sia volontariamente esiliato nel Sudan. L’origine straniera era anche tradita dai nomi barbarici: Sheshonq, Osorkon, e Takelot, per non citare che quelli portati da sovrani veri e propri. Questi tre nomi erano noti a Manetone perché si trovano nella sua XXII dinastia insieme ad altri sei re innominati. Gli egittologi, dal canto loro, hanno creduto bene di dover distinguere almeno cinque Sheshonq, quattro Osorkon e tre Takelot. L’intero periodo è dei più oscuri.
In linea generale si può dire che il carattere di queste ultime dinastie si mantenne assai simile a quello della XXI. La capitale principale era nel Nord, a Tanis o a Bubastis, ma a Tebe i gran sacerdoti esercitavano ancora un indiscusso potere religioso, mentre i rapporti fra le due metà del paese oscillavano continuamente fra l’amicizia e l’ostilità. Fu un’epoca di confusione e ribellioni per la conoscenza della quale gli storici non dispongono che di scarse fonti.
Particolare importanza sotto la XXII dinastia ebbe la città di Eracleopoli; molti membri di questa dinastia ricoprirono cariche sacerdotali in questa città e, durante tutto il regno, i governatori della Tebaide vennero spesso scelti fra i suoi abitanti. Potrebbe darsi che i Meshwesh, innalzatisi ora fino al potere regale, si fossero stabiliti nei secoli precedenti in quei paraggi, sulla via diretta che attraversava le oasi a partire dalla Libia, loro patria d’origine.
Manetone dice originari di Bubastis i re della XXII dinastia e di Tanis quelli della XXIII, ed esistono probanti indizi che li ricollegano a queste fiorenti città del delta orientale. Ad ogni modo, inevitabilmente attirati verso il nord, vero centro di gravità dell’Egitto, i libici abbandonarono Eracleopoli e si installarono nel delta.
Dopo Sheshonq I ci fu molto disordine nel paese. I faraoni cercarono di diminuire l’influenza della casta sacerdotale di Amon, creando un nuovo titolo religioso (“Sposa del dio”); il risultato però, fu che esse acquisirono altrettanto potere di quello dei grandi sacerdoti, senza peraltro essere più fedeli al re. L’anarchia continuò a crescere.
Manetone assegna alla XXII dinastia una durata di soli centoventi anni, ma secondo i calcoli degli studiosi di cronologia si devono attribuirle due interi secoli, dal 950 al 730 a.C..

XXIII Dinastia (Bubastica – Libica)
(818-730 a.C.) La XXIII dinastia di Manetone non comprende che quattro re, il terzo dei quali (Psammùs) non è stato identificato, e il quarto (Zét) è citato solo da Sesto Africano, probabilmente per errore.
Sotto gli ultimi re della XXII dinastia, Sheshonq III, Pemay e Sheshonq V, l’anarchia continuò a crescere e l’Egitto mostrò una tendenza sempre maggiore al frazionamento, soprattutto nella zona del delta. La XIII dinastia venne fondata prima che la XXII si fosse estinta, e le due dinastie furono in parte parallele.
È possibile anche, a giudicare dai loro nomi, che i faraoni della XXIII dinastia ( Petubasti, Osorkon IV, Takelot III, Rudamon, Osorkon V ) fossero imparentati con quelli della XXII.
La capitale della nuova dinastia fu Bubastis, dove la famiglia dei Sheshonq si era installata molto prima di prendere il potere, e così la divisione nord-sud si complicò ulteriormente, creando una nuova frammentazione est-ovest nel delta.

XXIV Dinastia (di Sais)
(730-715 a.C.) La XIII dinastia venne fondata prima che la XXII si fosse estinta, e le due dinastie furono in parte parallele. Ma a fianco di queste due dinastie parallele, sembra che le dinastie locali si siano moltiplicate, al nord, fino all’avvento della XXIV dinastia.
Verso il 730 a.C. la situazione era molto confusa: nel delta il potere era diviso, da una parte tra i faraoni della XXII e quelli della XXIII dinastia, e dall’altra fra usurpatori per lo più libici, fondatori della XXIV dinastia, che avevano preso il potere localmente.
Tefnakht fu il fondatore della XXIV dinastia, che fu formata da due soli re: Tefnakht e Boccoris.
Questa dinastia regnò nel nord mentre Piankhy, con la XXV dinastia etiope, governò parallelamente al sud, estendendo forse il suo potere fino a Menfi.
Boccoris, figlio Tefnakht, morì durante i combattimenti per la conquista del delta da parte di Shabaka (XXV dinastia) e con lui ebbe termine la storia di questa breve dinastia.

XXV Dinastia (Nubiana o Kushita)
(760-656 a.C.) I dati registrati da Manetone per questo periodo, e riportati da Sesto Africano, sono di un interesse e di una brevità tale che è possibile citarli per esteso: ” XXV dinastia di tre re etiopi:

* Sabacon che dopo aver catturato Boccoris lo bruciò vivo, e regnò a 8 (12) anni;
* Sebichos, suo figlio, 14(12) anni;
* Tarcos, 18 (20) anni; totale 40 anni”.

Si trova qualche affinità con la storia autentica, anche se naturalmente non si deve prendere in considerazione l’allusione, di marca tipicamente manetoniana, alla conquista e l’asservimento dell’Egitto a opera degli Assiri.
E’ strano tuttavia che Manetone non parli del grande guerriero sudanese o cushita Piankhy che verso il 730 a. C. cambiò all’improvviso l’intero corso delle vicende egizie. Era questi il figlio di un capotribù o re chiamato Kashta, e fratello, pare, di Shabako, chiamato da Manetone Sabacon. Partito da Napata, Piankhy scese il corso del Nilo e, nel corso di una campagna militare documentata da una famosa stele commemorativa a Gebel Barkal, sconfisse il rivale di origine siriana Tefnakht (XXIV Dinastia) e diede all’Egitto, dopo diversi decenni, una parvenza di unità.
Ma per ottenere una prospettiva più o meno esatta della nuova situazione, occorre tornare indietro di circa settecento anni. Già sotto i Tuthmosidi era sorta una fiorente città o colonia egizia presso il massiccio roccioso del Gebel Barkal, non molto alto ma imponente perché isolato in mezzo alla pianura a circa un chilometro e mezzo dal Nilo. La capitale provinciale di Napata, situata a breve distanza dalla quarta cateratta a valle del fiume e ai piedi della «Montagna Sacra», come la chiamavano gli Egizi, era abbastanza lontana da potersi sviluppare senza gran pericolo d’interferenze. All’epoca di Tutankhamon la città segnava il limite amministrativo del vicereame nubiano. E’ indubbio che la cultura egizia, seppure latente, continuava a esercitare la sua influenza e ad essa si univa un’appassionata devozione ad Amon-Ra, il dio della città madre, Tebe. Fu probabilmente questa devozione a provocare l’improvvisa incursione di Piankhy nella terra sconvolta dei suoi avversari libici.
Frattanto un nuovo nemico era comparso in Oriente: gli Assiri.

Egitto e Assiria

Da secoli i piccoli reami della Siria e della Palestina erano riusciti a sopravvivere senza grandi ingerenze straniere; ma adesso si trovavano di fronte la rinata potenza di un’Assiria ambiziosa e dispotica.
Con una serie di campagne militari in Occidente Tiglath-pileser III (745-727 a.C.) aveva saccheggiato Damasco e deportato nell’Assiria gran parte degli abitanti; lo stesso aveva fatto in Israele, deponendo il re Pekah e sostituendolo con Hoshea nel 732 a.C..
Per questi avvenimenti e per quelli dei cinquant’anni seguenti le uniche fonti sono l’Antico Testamento e le iscrizioni cuneiformi, mentre i testi egizi non nominano mai l’Assiria, anche se alla fine Tebe stessa doveva cadere temporaneamente vittima dell’assai più forte potenza asiatica. Tuttavia era chiaro che i signorotti della Palestina guardavano all’Egitto come difensore contro gli invasori settentrionali. Durante il breve regno del figlio di Tiglath-pileser III, Shalmaneser, prematuramente scomparso, Hoshea si sollevò in aperta ribellione; il tragico risultato fu la cattura e distruzione finale della Samaria, difesasi strenuamente per tre anni e caduta solo nel 721 a.C. quando il successore di Shalmaneser, Sargon II, «deportò gli Israeliti in Assiria» e «fece imprigionare e mettere in catene» Hoshea.
Secondo il racconto biblico, questi «aveva inviato messi a So, re d’Egitto, e non pagava più il consueto tributo annuo al re d’Assiria».
Gli studiosi sono concordi nell’identificare So con Sib’e, turtan d’Egitto, che secondo gli annali di Sargon era partito da Rapihu (Rafia, sul confine palestinese) insieme ad Hanno re di Gaza, allo scopo di vibrare un colpo decisivo. Sotto Tiglath-pileser questo stesso Hanno era fuggito davanti all’esercito assiro ed era «riparato in Egitto»; Sargon riferisce che la stessa cosa fece Sib’e:
«come un pastore cui è stato rubato il gregge, fuggì da solo e scomparve; io catturai personalmente Hanno I e lo portai in catene nella mia città di Ashur; distrussi Rapihu, la rasi al suolo e la bruciai».
Per ragioni fonetiche, oltre che cronologiche, So-Sib’e non può essere il re etiopico Shabako, per cui si suppone che questi nomi si riferiscano a un generale. Ciò sembra convalidato dal testo assiro che prosegue: «Io ricevetti il tributo del Pir’u di Musru», il che non può significare altro che «il faraone d’Egitto».
La latente ostilità delle due grandi potenze, Assiria ed Egitto, tornò a divampare sotto Sennacherib che iniziò la sua terza campagna militare con la conquista delle città costiere fenicie. L’agitazione era però scoppiata più a sud; la popolazione della città filistea di Ekron aveva scacciato il proprio re, Padi, per la sua lealtà verso l’Assiria; Ezechia, re di Giuda, dopo averlo accolto, lo aveva fatto prigioniero, ma poi, preso dalla paura, aveva chiesto aiuto all’Egitto.
A Eltekeh le truppe egizie ed etiopiche subirono una grave sconfitta; Padi fu ristabilito sul trono e molte città di Giudea furono saccheggiate, anche se Gerusalemme sfuggì alla cattura. Per evitarla Ezechia si era rassegnato a pagare un pesante tributo. Si è molto discusso se questo sia stato l’unico scontro di Sennacherib con l’Egitto, ma la lettura diretta della Bibbia porta a concludere che ce ne fu un altro; infatti, vi si legge che «Tirhakah, re dell ‘Etiopia» era uscito a combattere contro gli Assiri, ma durante la notte l’angelo del Signore ne colpì un gran numero, cosicché «al mattino erano tutti cadaveri». Nei due versetti successivi si afferma che Sennacherib ritornò allora a Ninive dove rimase finchè non fu assassinato.
Nel fantasioso, ma divertente racconto che Erodoto fa di questo fallito attacco contro l’Egitto, la ritirata degli Assiri, dopo che già avevano raggiunto Pelusio, fu causata non dalla peste, come insinua l’Antico Testamento, ma da nidiate di topi che rosicchiarono le faretre e gli archi degli invasori.
Dato che Taharqa non salì al trono che nel 689 a.C., non può esser questi il nemico sconfitto da Sennacherib a Eltekeh e, a meno di negare l’esattezza del racconto biblico, se ne deve concludere che il re assiro mirasse a far seguire la vittoria da un colpo decisivo impedito, però, dalle circostanze. Dunque i nemici non devono essersi incontrati.
Da tempo si era fatta evidente la necessità di giungere a una conclusione fra i sovrani dell’Assiria e dell’Etiopia, ugualmente ostinati, ma di fatto fu un terzo contendente a riportare la vittoria decisiva. Come ai tempi di Piankhy, il Basso Egitto e una parte del Medio si erano frantumati in numerosi piccoli principati, sempre pronti a schierarsi con quella delle due grandi potenze che con maggior probabilità avrebbe rispettato la loro indipendenza. Uno di questi doveva di lì a poco conquistare la supremazia, ma per il momento fu l’Assiria ad avere il sopravvento.
Esarhaddon, figlio di Sennacherib (680-669 a. C.), continuò con successo anche maggiore la politica aggressiva del padre. I documenti egizi tacciono, ma stele e tavolette in caratteri cuneiformi danno particolareggiati resoconti della campagna in cui, dopo aver soggiogato la Siria, egli costrinse Taharqa a ripiegare a sud. Nell’iscrizione meglio conservata, dopo aver elencato il bottino portato in Assiria, così prosegue:
Deportai dall’Egitto tutti gli Etiopi, non lasciandone neppure uno a rendermi omaggio. In tutto l’Egitto nominai nuovi re, governatori, ufficiali, ispettori portuali, funzionari e personale amministrativo.
Poco dopo esser partito per un altra campagna, Esarhaddon cadde ammalato ad Harran e morì, dando modo a Taharqa di riconquistare Menfi e occuparla, finché non ne fu di nuovo cacciato da Ashurbanipal durante la sua prima campagna (667 a.C.).
Il nuovo re assiro scoprì che «i re, governatori e reggenti» nominati da suo padre in Egitto erano fuggiti e occorreva reintegrarli nelle loro cariche. Tebe fu occupata per la prima volta, ma solo per essere temporaneamente abbandonata:
Il terrore della sacra arma di Ashur, mio signore, sconfisse Tarku nel suo rifugio e di lui non si seppe mai più nulla. In seguito, Urdamane, figlio di Shabako, sedette sul trono del suo reame. Fortificò Tebe ed Eliopoli e vi radunò le sue forze armate.
Il racconto prosegue dicendo come Urdamane (nome dato dagli Assiri al re etiope Tanuatamun ) rioccupasse Menfi; solo dopo il ritorno di Ashurbanipal da Ninive e l’inizio della sua seconda campagna, l’etiope abbandonò prima Menfi e poi Tebe, e «fuggì a Kipkipi». Questa è l’ultima notizia sul suo conto fornita dai testi cuneiformi.
Ashurbanipal afferma di aver completamente soggiogato Tebe e aver portato a Ninive un grosso bottino, ma pare che questa sia stata l’ultima sua comparsa in Egitto (663 a.C.).
In poco meno di settant’anni l’avventura etiopica si era così conclusa e ogni contatto diretto fra i due reami cessò, a quanto pare, anche se in qualche modo si saranno mantenuti rapporti commerciali. Il confine settentrionale del regno di Napata era probabilmente Pnubs, a sud della terza cateratta; il tratto fra questa località e Aswan divenne forse una specie di «terra di nessuno» abitata da tribù selvagge.
Da allora in poi l’interesse degli Etiopi incominciò a rivolgersi a sud anziché a nord, e fu stabilita una nuova capitale a Meroe alla confluenza dell’Atbara col Nilo, dove si poteva allevare bestiame e coltivare campi e dove esistevano anche abbondanti giacimenti di ferro. Malgrado la scissione politica fra Egitto ed Etiopia l’antica cultura faraonica tardò a scomparire; i templi continuarono a esser decorati con le stesse scene convenzionali a rilievo; le tombe reali conservarono la forma a piramide. Varie pregevoli stele, scritte in un egizio di mezzo abbastanza corretto, furono scoperte a Gebel Barkal insieme a quella di Piankhy. Qualche generazione dopo le iscrizioni geroglifiche, pur facendo ancor uso della lingua egizia, erano divenute così barbariche da essere incomprensibili.
Nel frattempo dai geroglifici egizi era venuta formandosi una scrittura alfabetica usata per rendere graficamente la lingua indigena, e a lato di questa si era sviluppata una scrittura di tipo lineare in cui ogni segno corrispondeva al geroglifico originario.

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Terzo Periodo Intermedio : Dalla XXI Dinastia all'Egitto e Assiria

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