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 Bassa Epoca : Dalla XXVII Dinastia alla XXXII Dinastia

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Arwen
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MessaggioOggetto: Bassa Epoca : Dalla XXVII Dinastia alla XXXII Dinastia   Sab Nov 05, 2011 12:59 am

Bassa epoca (epoca tarda)

(664-332 a.C.) Da lungo tempo si sentiva la necessità di unificare un mondo lacerato da continui conflitti e questa unificazione doveva ora esser tentata su vasta scala. L’iniziativa venne dalla parte più inattesa, la Persia.

Egitto e Persia
La Persia è il paese situato sul lato orientale del Golfo Persico e si estende per lungo tratto nell’entroterra con Persepoli e Pasargade come capitali. Di questa regione montuosa e in parte inospitale era originaria la famiglia ariana degli Achemenidi dalla quale uscì il grande conquistatore Ciro II (558-529 a.C. circa).
Il primo paese a essere invaso dai Persiani fu la Media dove Astiage, figlio di Ciassare, non poté opporre che una debole resistenza prima di esser cacciato dalla propria capitale, Ecbatana, a metà strada fra Susa e il mar Caspio. Fu poi la volta della Lidia. Prevedendo ciò che stava per accadere il suo re, Creso, aveva cercato di allearsi con l’Egitto, Babilonia e Sparta, ma prima che giungesse il loro aiuto, Sardi fu catturata (546 a.C.) e la Lidia cessò di esistere come regno indipendente. Le città della costa ionica rimasero alla mercè del sovrano persiano che le affidò ai suoi generali per esser libero di volgere altrove le proprie forze. Naturalmente il prossimo obiettivo era Babilonia, ma Ciro non aveva alcuna fretta di affrontarla. Vi regnava allora Nabonido, dotto sovrano e studioso di archeologia, dopo un esilio di dieci anni a Taima nell’Arabia dal quale era tornato nel 546 a.C. su invito dei propri sudditi che prima erano stati in dissenso con lui.
Nel 539 a.C. Ciro occupò Babilonia risparmiando, con tipica saggezza, la vita del re e confinandolo nella lontana Carmania come governatore o esule. Un impero tanto vasto richiedeva naturalmente un’opera di consolidamento e per qualche anno si hanno scarse notizie di imprese militari di Ciro. Egli si rendeva però conto della necessità di conquistare l’Egitto, e affidò questo compito al figlio Cambise. Quanto a Ciro stesso, perì nel 529 a.C. combattendo per respingere un attacco di orde turaniche sulla frontiera settentrionale; in trent’anni si era elevato dai suoi umili inizi fino a divenire il più potente monarca che il mondo di allora avesse mai conosciuto.
Le difficoltà connesse con la successione tennero impegnato Cambise per i tre anni successivi, ma l’assassinio del fratello Smerdi lo lasciò libero di proseguire l’impresa affidatagli dal padre. La Fenicia si era sottomessa spontaneamente, fornendogli una flotta preziosa per le future operazioni. Cambise mosse allora contro l’Egitto, da pochi mesi governato dal faraone Psammetico III.
La battaglia di Pelusio fu combattuta con disperata tenacia (525 a.C.), ma alla fine gli Egizi ripiegarono in disordine a Menfi che si arrese solo dopo un lungo assedio. L’Egitto passò così in mano ai Persiani (XXVII dinastia di Manetone). In questo periodo sopravvenne un notevole cambiamento nella civiltà della terra dei faraoni fino allora rimasta più o meno uniforme. Come prima la popolazione indigena usava nel disbrigo dei propri affari la lingua d’origine, scritta in una forma estremamente corsiva, nota ai Greci come encoriale o demotica. Ma per quanto concerneva il governo l’Egitto era ormai la più remota provincia di un grande impero straniero. Il re persiano, suo supremo signore, risiedeva a Susa o Babilonia e lasciava l’amministrazione vera e propria in mano a un governatore locale, detto satrapo. Per tutti gli scopi burocratici veniva impiegata la lingua aramaica, idioma semitico del Nord che, dopo essersi diffuso in Mesopotamia a opera dei popoli ivi deportati, si era in seguito propagato al Sud grazie fra gli altri agli esuli Ebrei cui Ciro aveva concesso di tornare nella patria d’origine; in Palestina questa lingua aveva finito per sostituire completamente l’ebraico.
Non si deve credere che in Egitto l’uso dell’aramaico fosse limitato agli Ebrei anche se si sarebbe portati a dedurlo dalle numerose e sensazionali scoperte di papiri scritti in questa lingua nell’isola di Elefantina, subito a nord della prima cateratta. Anche se le persone di cui questi papiri rivelano i molteplici e svariati interessi erano tutte o in massima parte Ebrei si dovrà osservare che esse appartenevano a una guarnigione di frontiera ed erano perciò al servizio del regime persiano.
Comunque la prova più convincente che l’aramaico era la lingua ufficiale dell’amministrazione persiana è fornita da un gruppo di lettere per lo più dirette ai suoi subalterni in Egitto dal satrapo Arsame che rimase in carica per tutto l’ultimo venticinquennio del secolo V. Queste lettere provenivano senza dubbio dalla cancelleria del satrapo, con sede probabilmente a Menfi. Con il passare degli anni, lotte intestine, legate alla successione al trono, indebolirono il grande impero Persiano. Ne approfittò l’Egitto che, con Amirteos (XXVIII dinastia) riottenne l’indipendenza.
Da questo momento fino alla conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C., la politica estera dell’Egitto non mirò che a difendere la propria indipendenza da un impero ostinato a considerarla una semplice provincia ribelle. L’Egitto riuscì nel suo scopo, tranne che per il breve lasso di un decennio proprio alla fine di questo periodo. Un continuo ostacolo era comunque la rivalità fra le varie famiglie principesche del delta. Per notizie meno vaghe dobbiamo basarci interamente sugli autori greci. Da Senofonte si apprende che la Persia aveva radunato nella Fenicia un forte esercito destinato senza dubbio a sottomettere l’Egitto. Di conseguenza le città greche dell’Asia Minore, che si erano schierate al fianco dell’Egitto, si trovarono anch’esse in grave pericolo. Per soccorrerle Sparta, malgrado i forti obblighi verso Ciro, entrò in guerra contro la Persia, la cui potenza era ancora assai temibile (400 a.C.). Il conflitto durò vari anni. Nel 396 a.C. Sparta cercò di stringere con l’Egitto un’alleanza che le venne prontamente accordata.
Non molto tempo dopo, nel 393 a.C., salì al trono Achoris, e poiché l’alleanza con Sparta si era dimostrata svantaggiosa, si affrettò a cercare aiuto altrove, e lo trovò per mezzo di un trattato con Evagora, l’abile e ambizioso re di Salamina di Cipro, che aveva già imposto la sua signoria a varie altre città dell’isola. L’amicizia di Evagora con Conone portò di conseguenza gli Egizi a una stretta collaborazione con Atene. Ma intanto sia la Persia che Sparta si erano stancate della guerra, e nel 386 a.C. fu conclusa la pace di Antalcida, che lasciava alla Persia mano libera in tutte le città greche dell’Asia Minore in cambio dell’autonomia di tutti gli altri stati ellenici.
Così Achoris ed Evagora rimasero soli e Artaserse fu libero di affrontare l’avversario che preferiva. Per primo attaccò l’Egitto, che aveva avuto il tempo di tornare a essere un paese ricco e forte; Cabria, uno dei migliori generali dell’epoca, lasciò Atene per mettersi al servizio di Achoris. Su questa guerra si hanno scarse notizie, salvo il fatto che si protrasse fino al 383 a.C. e che il polemico oratore ateniese Isocrate ne diede un giudizio sprezzante. Evagora si dimostrò di grande aiuto spingendosi con le sue truppe entro il campo nemico e catturando Tiro e altre città della Fenicia; ma in seguito la fortuna l’abbandonò e, dopo aver perso una importante battaglia navale, fu assediato nella sua città di Salamina. Aveva tenuto in scacco la Persia per più di dieci anni, al termine dei quali i dissensi scoppiati fra i capi persiani li indussero ad accettare la sua resa a condizioni onorevoli (380 a.C.).
Dopo esser rimasto a lungo fedele vassallo del re di Persia, Evagora cadde vittima di una cospirazione. L’Egitto si trovò così ancora una volta da solo contro la Grande Persia.
Con la XXX Dinastia ebbe inizio l’ultima dinastia indipendente dell’Egitto.
Il numero di monumenti lasciati dai sovrani della XXX Dinastia potrebbe dare l’impressione di un periodo d’ininterrotta pace e prosperità. Ma dagli storici greci, dei quali Diodoro è ancora una volta il principale esponente, viene alla luce una storia ben diversa.
In Persia regnava ancora Artaserse II (404-358 a.C.) più deciso che mai a umiliare l’Egitto e a ricondurlo alla precedente sottomissione. Ma i preparativi per l’invasione procedevano con grande lentezza. Per prima cosa il Gran Re fece pressioni su Atene perché richiamasse dall’Egitto il valente generale Cabria, che dovette accontentarsi di un incarico militare in patria. Il grande esercito persiano, guidato dal satrapo Farnabazo e dal comandante dei mercenari greci Ificrate, non partì da Acre che nel 373 a.C.. Raggiunta Pelusio, fu chiaro che un attacco da quel lato era impossibile, ma che l’una o l’altra delle foci del Nilo meno fortificate offriva migliori speranze di successo. E fu proprio così; la barriera del ramo di Mendes venne forzata e molti egizi furono uccisi o catturati. Contro il volere di Farnabazo, Ificrate tentò di spingersi fino a Menfi, e mentre l’antagonismo fra i due comandanti ritardava l’azione persiana, le truppe di Nekhtnebef ripresero forza e circondarono gli invasori da tutti i lati. In buon punto sopraggiunse in aiuto degli Egizi la piena del Nilo; le parti del delta non completamente sommerse dalle acque si trasformarono in palude e i Persiani furono costretti a battere in ritirata.
Per la seconda volta l’Egitto fu salvo. Il figlio di Nekhtnebef, Teos, giunse a tentare un attacco diretto contro la Persia. Alleatosi ad Agesilao e al generale Ateniese Cabria mosse contro la Fenicia. Durante questa campagna però Agesilao diede il suo appoggio ad Nekhtharehbe che diventò faraone, mentre Teos fu costretto all’esilio in Persia. La spedizione fallì. Nel 358 a.C. l’ascesa al trono di Artaserse III Oco infuse nuova vita al vacillante Impero persiano. Fu ristabilito l’ordine fra i satrapi dell’Asia Minore, ma lo sforzo richiesto fu tale da precludere ogni velleità di aggressione contro l’Egitto. Nondimeno verso il 350 a.C. Artaserse era pronto alla guerra. Non se ne conoscono i particolari, ma il fallimento fu completo col risultato che ovunque scoppiarono rivolte contro la dominazione persiana, con la Fenicia e Cipro in prima linea.
L’obiettivo più importante rimaneva l’Egitto, essendo questo l’unico paese che poteva fornire in abbondanza oro e grano, e la sua riconquista era indispensabile. Prima però si dovevano fare i conti con la Fenicia e la Palestina. Sidone, al centro della rivolta, si era attirata le rappresaglie persiane con un violento e rovinoso colpo di mano contro gli occupanti. Temendone le conseguenze, si era rivolta per aiuto all’Egitto, ma Nekhtharehbe si era limitato a inviarle un piccolo contingente di mercenari greci comandati da Mentore di Rodi. Diodoro narra la storia dei pochi anni successivi con grande abbondanza di particolari. I preparativi di Artaserse furono imponenti e ancor prima dell’arrivo di massicci rinforzi dalle città della Grecia continentale e dell’Asia Minore egli riuscì a infliggere un terribile castigo a Sidone; il suo re, Tenne, si accordò proditoriamente con Mentore per consegnare la città al nemico, e di conseguenza gli abitanti incendiarono le navi e molti di essi cercarono volontariamente la morte tra le fiamme delle proprie case.
Nell’autunno del 343 a.C., l’esercito persiano, con a capo il Gran Re in persona, partì per la sua memorabile campagna contro l’Egitto. Il primo assalto fu sferrato contro la città di Pelusio che oppose una tenace resistenza. La straripante potenza Persiana ebbe però la meglio e una dopo l’altra tutte le città del delta capitolarono.
Nekhtharehbe, resosi conto che la situazione era disperata, fuggì in volontario esilio in Etiopia. L’Egitto era di nuovo una provincia persiana.
Questa seconda dominazione non durò che una decina di anni, ma con essa era terminata la storia delle dinastie Egiziane. Dopo più di 4000 anni di storia l’Egitto aveva terminato di essere un paese indipendente con una propria stirpe regnante. Dario III, ultimo re persiano, nominalmente regnò in Egitto quattro anni, ma già prima di questo termine l’impero persiano aveva cessato di esistere e il mondo antico aveva iniziato una nuova era.
Fra la XXXI e la XXXII Dinastia si colloca un poco conosciuto Khababash che assunse il ruolo di faraone. Un sarcofago di Api reca la data del suo secondo anno di regno, e il contratto nuziale di un sacerdote subalterno è datato nel primo anno. Maggiore interesse però offre una notizia ricavata da una stele del 311 a.C., quando il futuro Tolomeo I Sotere non era che satrapo d’Egitto. Nella forma questa lunga epigrafe è un’esaltazione delle grandi imprese di Tolomeo, ma ne è evidente il vero scopo a ricordare la restituzione di un tratto di terreno appartenuto da tempi immemorabili ai sacerdoti di Buto e confiscato da Serse, qui descritto come nemico e criminale. Khababash, dopo avere ascoltato le lagnanze dei sacerdoti che gli ricordarono come il dio Horo avesse per punizione scacciato dall’Egitto Serse e suo figlio, concedette quanto chiedevano, concessione riconfermata più tardi da Tolomeo. Ci sono due indizi per collocare storicamente Khababash: in primo luogo egli era evidentemente posteriore a Serse, e, secondariamente, pare che questa decisione fosse stata presa dopo avere esplorato le foci del Nilo attraverso le quali si poteva temere un’aggressione degli Asiatici, vale a dire dei Persiani. Un terzo indizio è dato dal fatto che il contratto nuziale era stato firmato dallo stesso notaio di cui si ha la firma sopra un altro documento del 324 a.C.. Da qui varie ipotesi, ma di certo si può dire soltanto che Khababash fu uno degli ultimi, se non proprio l’ultimo governante non persiano né greco che osò assumere il complesso dei titoli del faraone nato in Egitto, sebbene il suo nome sia decisamente straniero.
Il grande evento che determinò il destino dell’Egitto e la sua forma di governo per i tre secoli successivi fu la conquista di Alessandro il Grande nel 332 a.C.. L’ascesa della Macedonia a potenza mondiale era incominciata ad apparire possibile fin dal 338 a.C., quando Filippo II (greco per modo di dire), dopo aver soffocato ogni resistenza con la sconfitta di Atene e Tebe a Cheronea, aveva fondato una Lega ellenica che doveva alleare tutta la Grecia sotto la sua egida. Ma nessuno avrebbe allora potuto prevedere le brillanti vittorie che, nello spazio di dieci anni, fecero del suo giovane figlio Alessandro l’indiscusso padrone di tutto il mondo orientale.
E’ probabile che neppure Alessandro sapesse bene che cosa si proponeva finchè non ebbe conquistato l’Asia Minore e costretto alla fuga Dario nella battaglia di Isso, una ventina di chilometri a nord dell’odierna Alessandretta (333 a.C.). E anche allora il suo primo pensiero non fu quello d’inseguire il monarca persiano, ma di assoggettare la Siria e l’Egitto. L’assedio di Tiro fu lungo e tedioso, ma, superato questo ostacolo, niente più gli intralciò il cammino fino a Gaza, che gli oppose una disperata resistenza. Nel 332 a.C. Alessandro raggiunse l’Egitto, il cui satrapo persiano si arrese senza colpo ferire.

XXVII Dinastia (prima dominazione Persiana)
(525-404 a.C.) Manetone fa iniziare la sua XXVII dinastia con la battaglia di Pelusio (525 a.C.), durante la quale le truppe persiane agli ordini del nuovo imperatore Cambise, figlio di Ciro il Grande, sbaragliarono l’esercito del faraone Psammetico III.
Il regno di Cambise doveva durare per soli tre anni ancora e tutte le spedizioni da lui architettate in questo periodo fallirono. Il progetto di un’aggressione contro Cartagine fu abbandonato perché i Fenici si rifiutarono di combattere contro gente del loro stesso sangue. Una campagna assai più ambiziosa contro gli Etiopi, cui partecipò Cambise in persona, si risolse in un completo fallimento per la mancanza di una preparazione adeguata, mentre un corpo di spedizione, mandato attraverso il deserto nell’oasi dove due secoli dopo Alessandro Magno avrebbe consultato l’oracolo di Amon (oasi di Siua), fu travolto da una tempesta di sabbia e scomparve. L’ira di Cambise per il fallimento di queste imprese fu senza limiti e si dice che gli provocasse una crisi di pazzia, ma perlomeno l’Egitto intero era stato conquistato.
Nel 522 a.C., al ritorno di Cambise in Asia, l’Egitto rimase affidato al satrapo Ariande, che in seguito fu sospettato d’infedeltà e condannato a morte. Frattanto il “mago” Gaumata si era fatto credere il vero Smerdi ottenendo un vasto seguito in tutte le province persiane. I Magi appartenevano a una tribù della Media che aveva monopolizzato l’esercizio e i segreti della religione. Durante l’assenza di Cambise, essi avevano preso in mano il governo, installandosi a Susa. Sulla morte di Cambise si hanno notizie discordanti; probabilmente il fatto avvenne mentre egli tornava in patria per combattere contro il pretendente. Il trono passò a Dario I, figlio di Istaspe e appartenente alla famiglia di Ciro. Durante i suoi trentasei anni di regno (521-486 a.C.) l’impero persiano fu organizzato con consumata arte di governo, ma si sa relativamente poco sugli avvenimenti egizi di quel periodo.
Si sa che fece compilare una raccolta di tutte le leggi egizie dagli inizi fino all’anno 44 di Amasis. Fece inoltre completare il canale fra il Nilo e il Mar Rosso. Neko II era stato costretto ad abbandonare il progetto, ma Dario non solo riparò il canale in tutta la sua lunghezza, ma riuscì anche a farvi passare ventiquattro navi cariche di tributi per la Persia. Dario nel governo dell’Egitto cercò saggiamente di atteggiarsi a faraone legittimo continuando l’opera dei predecessori saitici.
Per quanto saggio e illuminato fosse il governo di Dario, il suo impero era troppo vasto per non dare ben presto segni di fragilità. Già nel 499 a.C. insorgevano le città della Ionia e l’aiuto ad esse prestato da Atene ed Eretria rendeva la guerra fra la Persia e la Grecia occidentale una semplice questione di tempo. La sensazionale sconfitta di Artaferne, nipote di Dario, a Maratona (490 a.C.) non poteva non causare gravi ripercussioni in tutto il Medio Oriente. Gli Egizi si sollevarono nel 486 a.C. e la ribellione non fu soffocata che nel secondo anno del regno di Serse, succeduto al padre verso la fine del 486. Serse si avvalse della sovranità sull’Egitto per secondare i propri piani; prima della battaglia di Salamina (480 a.C.), dove tentò una rivincita sui Greci, importanti compiti furono affidati a una grossa flotta egizia. A favore dell’Egitto stesso invece Serse fece poco o nulla.
Ben poco di più si saprebbe sull’Egitto del secolo V a.C. se non ci rimanessero le testimonianze degli storici greci, che però riguardano solo i rapporti del paese con Atene. In seguito ai disordini sorti dopo l’assassinio di Serse e l’ascesa al trono di Artaserse I (465 a.C.), scoppiarono gravi agitazioni nel delta nordoccidentale dove un certo Inaro, figlio di Psammetico, insorse stabilendo il proprio quartier generale nella fortezza di Marea, non lontano dalla futura Alessandria. Durante il primo scontro coi Persiani Inaro ebbe la meglio e l’esercito nemico si ritirò a Menfi e vi si trincerò. Il soccorso dalla Persia tardò ad arrivare e Inaro chiese aiuto agli Ateniesi, che in quel periodo stavano battendosi vittoriosamente contro i Persiani a Cipro. Con il loro rinforzo i due terzi di Menfi furono catturati, ma il resto resistette finché il generale persiano Megabizo non respinse gli assedianti e li assediò in un’isola in mezzo alle paludi. Non fu se non nel 454 a.C. che Megabizo ebbe ragione di loro; Inaro, proditoriamente consegnato ai Persiani, fu crocifisso. Questo tuttavia non bastò a por fine alla rivolta. Un capotribù chiamato Amirteo si salvò dalla sconfitta e rimase nell’estrema parte occidentale del delta, chiedendo a sua volta aiuto agli Ateniesi; un certo numero di navi partì in suo soccorso, ma la morte del generale greco Cimone, avvenuta a Cipro, le costrinse a tornare indietro. Poco dopo fu dichiarata la pace tra la Persia e Atene e questa cessò d’ingerirsi negli affari egizi (449-448 a.C.).
Eccettuato il delta occidentale, adesso la pace regnava in tutto l’Egitto.
Gli stranieri vi erano bene accolti da qualunque paese venissero, specialmente i Greci. Questi avevano esteso i loro commerci a tal punto, che Naucratis non poté più mantenere la sua posizione di monopolio e la sua particolare importanza venne meno. Erodoto compì il suo viaggio in Egitto poco dopo il 450 a. C.. Senza dubbio ci fu qualche caso di xenofobia, forse anche una rivolta di poca importanza contro i governanti stranieri, ma, specialmente nell’Alto Egitto, sarebbero occorse differenze di razza e di religione perché il fermento divampasse in qualcosa di più serio.
Fu quanto accadde nell’isola di Elefantina nel 410 a.C. Vivevano qui a stretto contatto gli adoratori di Yahu e i sacerdoti del dio dalla testa d’ariete Khnum. Questi ultimi approfittarono dell’assenza del satrapo Arsame per corrompere il comandante locale, Vidaranag, col risultato che il tempio ebraico fu completamente raso al suolo. Vidaranag fu punito, ma il tempio non venne riedificato per qualche tempo. I papiri aramaici, che riferiscono questo fatto, contengono anche una petizione inviata a Bagoa, governatore di Giudea, per ottenere il permesso di ricostruirlo, che alla fine gli fu concesso.
Nei quarant’anni seguenti, che si conclusero con la morte di Dario II (404 a.C.) c’è un vuoto completo per quanto riguarda l’Egitto, che non doveva rientrare sulla scena del Medio Oriente se non dopo l’ascesa al trono di Artaserse II, in mezzo al tumulto degli eventi che la seguirono. Manetone fa terminare a questo punto la XXVII dinastia dei sovrani Persiani.

XXVIII Dinastia
(404-399 a.C.) Conclusa con la morte di Dario II (404 a.C.) la XXVII dinastia, Manetone inizia la XXVIII, costituita, secondo i suoi elenchi, da un solo re, Amirteos di Sais, presunto parente dell’altro Amirteo che, dopo la cattura di Inaro, ne aveva continuato la lotta contro i Persiani.
Negli storici greci si trova solo un’incerta allusione al nuovo faraone, che Diodoro erroneamente chiama “Psammetico, discendente del (famoso) Psammetico”. Secondo l’episodio da lui narrato dopo la battaglia di Cunassa del 401 a.C., in cui l’insorto principe Ciro fu sbaragliato e ucciso, un amico di questi, l’ammiraglio Tamo di Menfi, da Ciro nominato governatore della Ionia, riparò con l’intera flotta in Egitto per sfuggire alla vendetta del satrapo di Artaserse II, Tissaferne; ma Amirteos, se è a lui che si riferisce Diodoro sotto il nome di Psammetico, lo condannò a morte. La fine di Amirteos, e con lui della XXVIII dinastia, non è chiara, ma sembra in qualche modo legata a qualche sua azione illegale (contraria alla regola di Maat) che gli impedì di passare il trono alla sua discendenza.

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Ultima modifica di Arwen il Sab Nov 05, 2011 1:02 am, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: Re: Bassa Epoca : Dalla XXVII Dinastia alla XXXII Dinastia   Sab Nov 05, 2011 1:01 am

XXIX Dinastia (di Mendes)
(399-378 a.C.) La XXIX dinastia di Manetone, della quale si sono trovati monumenti a sud fino a Tebe, era originaria dell’importante città di Mendes e non consiste che di quattro sovrani rimasti complessivamente sul trono per vent’anni appena (399-380 a.C.); il primo e l’ultimo re portavano entrambi il nome di Nepherites, il cui significato etimologico è “I suoi Grandi sono prosperi”, ma mentre il primo regnò sei anni, il secondo non regnò che quattro mesi.
Qualche egittologo è rimasto perplesso per un divario fra l’elenco di Manetone e quello della Cronaca Demotica. Nel primo, Achoris (in egizio Hakor o Hagor) precede Psammuthis (“Il figlio di Mut”), mentre nel papiro l’ordine è invertito; è probabile che il primo anno di regno dei due sovrani sia il medesimo e che pertanto entrambe le liste affermino il vero. Psammuthis, i cui soli ricordi rimasti sono a Karnak, con sovrimpresso il nome di Achoris, non regnò che un anno mentre l’altro re, che lasciò monumenti numerosi ritrovati in ogni parte dell’Egitto, riuscì a conservare il trono per tredici anni.

XXX Dinastia (di Sebennytos)

(378-341 a.C.) La XXX dinastia di Manetone conta tre sovrani, di cui il primo e il terzo hanno nomi così rassomiglianti (Nectanebes e Nectanebos) che pare opportuno preferire la forma etimologicamente più differenziata di Nekhtnebef e Nekhtharehbe. E’ ormai certo che il primo a regnare fu Nekhtnebef, anche se il loro ordine di successione è stato spesso discusso.
Il numero di monumenti lasciati dai sovrani della XXX Dinastia potrebbe dare l’impressione di un periodo d’ininterrotta pace e prosperità. In realtà non fu così, la minaccia Persiana ai confini dell’Egitto costrinse i faraoni ad uno stato di allerta perpetuo, fatto di combattimenti, ritirate e contrattacchi continui. Con il secondo sovrano, Teos, sembrò addirittura possibile una clamorosa vittoria dell’esercito egiziano e dei suoi alleati, ma con l’ascesa sul trono di Persia di Artaserse III Oco la sorte dell’Egitto fu segnata. Con l’invasione del delta del Nilo da parte dei Persiani nel 343 a.C., ebbe termine, dopo più di 4000 anni, l’indipendenza dell’Egitto. Seguì un attacco contro la Fenicia (360 a.C.) durante il quale Teos fece pressione per avere il comando delle truppe egizie, ma Agesilao, indispettito per l’ilarità suscitata dal suo strambo aspetto e contegno, appoggiò invece il giovane Nekhtharehbe che una vasta fazione di seguaci opponeva come rivale a Teos. La spedizione fallì. Nekhtharehbe, eletto faraone, ritornò in Egitto e Teos fuggi in Persia dove terminò i suoi giorni in esilio.

XXXI Dinastia (seconda dominazione Persiana)
(341-332 a.C.) Nell’autunno del 343 a.C., l’esercito persiano, con a capo il Gran Re in persona, partì per la sua memorabile campagna contro l’Egitto. Il primo assalto fu sferrato contro la città di Pelusio che oppose una tenace resistenza. Artaserse III aveva, però, progettato di entrare nel delta simultaneamente da tre punti diversi, e la penetrazione persiana avvenne presso una delle foci occidentali del Nilo. La stagione dell’inondazione era finita e non c’era perciò il pericolo che si ripetesse il disastro di trent’anni prima. Fin dall’inizio la sfortuna perseguitò i difensori, durante una sortita dalla vicina fortezza i mercenari greci agli ordini di Clinia di Cos furono gravemente sconfitti e il comandante ucciso. La guarnigione di Pelusio si arrese dietro la promessa di essere ben trattata. La stessa promessa fu fatta altrove, e di lì a poco Egizi e Greci facevano a gara a chi per primo si sarebbe valso della clemenza persiana. Il terzo corpo di spedizione sotto il comando di Mentore e dell’intimo amico e alleato di Artaserse, Bagoa, riportò altre vittorie.
La cattura di Bubastis a opera delle forze unite fu un avvenimento importante, dopo di che le altre città del delta si affrettarono a capitolare. L’Egitto rimase alla mercè di Artaserse III, e Nekhtharehbe, resosi conto che la situazione era disperata, radunò quanto poté dei suoi averi e parti sul fiume “alla volta dell’Etiopia”, dopo di che più nulla si seppe di lui.
Grazie all’abile strategia e alla sagacia politica del re, l’Egitto era di nuovo una provincia persiana. Duro fu il pugno di Artaserse sull’Egitto, l’immenso potere e il prestigio da lui guadagnati all’impero non erano tuttavia destinati a durare a lungo. Nel 338 a.C. egli fu avvelenato dal suo intimo amico Bagoa, e il figlio minore, Arses, prese il suo posto solo per cadere assassinato due anni dopo dalla stessa mano. Salì allora al trono Dario III Codomano, l’ultimo degli Achemenidi, appartenente a un ramo collaterale della famiglia, il quale si affrettò ad avvelenare Bagoa. Con Dario III termina la XXXI dinastia che successivi scrittori di cronache aggiunsero alla trentesima di Manetone.

XXXII Dinastia (Conquista Macedone)
(332-323 a.C.) L’ascesa della Macedonia a potenza mondiale era incominciata ad apparire possibile fin dal 338 a.C., quando Filippo II, dopo aver soffocato ogni resistenza con la sconfitta di Atene e Tebe a Cheronea, aveva fondato una Lega ellenica che doveva alleare tutta la Grecia sotto la sua egida.
Ma nessuno avrebbe allora potuto prevedere le brillanti vittorie che, nello spazio di dieci anni, fecero del suo giovane figlio Alessandro l’indiscusso padrone di tutto il mondo orientale. E’ probabile che neppure Alessandro sapesse bene che cosa si proponeva finchè non ebbe conquistato l’Asia Minore e costretto alla fuga Dario nella battaglia di Isso, una ventina di chilometri a nord dell’odierna Alessandretta (333 a.C.). E anche allora il suo primo pensiero non fu quello d’inseguire il monarca persiano, ma di assoggettare la Siria e l’Egitto. L’assedio di Tiro fu lungo e tedioso, ma, superato questo ostacolo, niente più gli intralciò il cammino fino a Gaza, che gli oppose una disperata resistenza.
Nel 332 a.C. Alessandro raggiunse l’Egitto, il cui satrapo persiano si arrese senza colpo ferire. Alessandro governò sull’Egitto fino alla sua morte, nel 323 a.C., anche se in Egitto soggiornò solo un breve periodo, impegnato com’era nella conquista del mondo. Il governo di Alessandro fu caratterizzato dalla fondazione di Alessandria, che ben presto divenne non solo la capitale d’Egitto ma anche dell’intero Mediterraneo, e dalla visita all’oasi di Siwa dove ricevette il riconoscimento del dio Amon a regnare come gli antichi Faraoni. Così, Alessandro, ricevette probabilmente un’incoronazione solenne a Menfi come tradizionalmente accadeva ai Faraoni.
Nel 331 a.C. Alessandro partì per l’oriente affidando l’Egitto ad un vicerè. Nel 323 a.C., mentre stava preparando una spedizione in Arabia, morì di febbre a 33 anni. Il suo corpo venne riportato ad Alessandria dove venne sepolto. I suoi successori, Filippo Arrideo ed Alessandro IV regnarono sull’Egitto solo nominalmente, in quanto imperatori di un Impero Macedone che, subito dopo la morte di Alessandro il Grande, fu preda di numerose forze centrifughe che lo suddivisero tra i vari diadochi (governatori). L’Egitto, in particolare, fu uno dei primi a rendersi autonomo, grazie al suo diadoco, Tolomeo I Sotere, che diede inizio alla cosiddetta Dinastia Tolemaica, l’ultima che diede all’Egitto una parvenza di indipendenza.

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Bassa Epoca : Dalla XXVII Dinastia alla XXXII Dinastia

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