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 L'Uomo Selvatico

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Cernunnos80
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MessaggioOggetto: L'Uomo Selvatico   Mar Mag 22, 2012 1:04 pm

« È sostanzialmente un comune mortale che vive al di fuori del consesso umano preferendo i luoghi isolati, la montagna, il bosco. A contatto con la natura ha esaltato al massimo le sue caratteristiche fisiche che gli assicurano la vita: forza, robustezza, fiuto eccezionale per inseguire la preda. È timido, rifugge dal prossimo isolandosi al punto tale da attenuare le sue capacità psichiche fino alla stupidità. Non si lava né si pulisce. Non si rade né si taglia i capelli cosicché questi si fondono raggiungendo le ginocchia. Per questo diventa una figura terrificante esaltata dalla pelle di caprone con cui si ammanta. Un atto gentile lo intenerisce. A volte sente il bisogno di fraternizzare con gli uomini. Allora si ferma insegnando loro i mestieri della malgazione, della lavorazione dei latticini di cui è maestro.» (Giuseppe Sebesta)

L'Uomo selvatico è un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari italiane, soprattutto alpine e appenniniche, dove assume nomi diversi a seconda della lingua locale: Homo salvadego in valtellinese, Om salvàrech in bellunese, Omo salvatico in lucchese, Om pelos in trentino, Ommo sarvadzo in valdostano, Urciat nel dialetto della Valchiusella, Òm searvj in piemontese.

L’uomo selvatico appare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti. L’uomo selvatico è di solito raffigurato come un essere solitario e pacifico. Anzi, talvolta è lui a subire derisioni o scherzi sciocchi, ma reagisce semplicemente allontanandosi e non facendosi più vedere.

Sono numerose e proveniente da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte.

Nelle valli del Canavese è considerato uomo saggio, conoscitore dei segreti della lavorazione del burro e dell'allevamento degli animali domestici. Resiste a tutto tranne che al vento. Si racconta che fosse tanto vecchio da aver visto la campagna mutare ed evolversi: sette volte la valle è stata prato, sette volte campo, sette volte bosco, quindi abbandonata.

In Garfagnana l'omo salvatico vive nelle grotte, fabbricandosi gli utensili da cucina con uno scalpello; inoltre insegna ai pastori come produre burro, formaggio e ricotta e in una storia nota a Pescaglia, Tereglio e Lucignana avrebbe insegnato anche a trasformare il latte in olio se i pastori non lo avessero lasciato andare via. Pare che l'omo salvatico rida quando piove e pianga quando c'è bel tempo: atteggiamento a prima vista incomprensibile, ma che viene spiegato ritenendo che le condizioni atmosferiche del presente sono all'opposto di quelle che seguiranno. Di questo curioso comportamento si parla anche nei versi del Dittamondo (1367) di Fazio degli Uberti: “Come s’allegra e canta l’uom salvatico / Quand’il mal tempo tempestoso vede / Sperando nello buono, ond’egli è pratico”; anche Matteo Maria Boiardo, nell’Orlando innamorato (libro I, canto XXIII, ottava 6) scrive dell’uomo selvatico:


«E dicesi ch’egli ha cotal natura,
Che sempre piange, quando è il cel sereno,
Perché egli ha del mal tempo alor paura,
E che ‘l caldo del sol li vegna meno;
Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
Alor sta lieto, ché ‘l bon tempo aspetta

In qualche storia compaiono anche donne selvatiche. Secondo un racconto, di tanto in tanto da Giuribrutto e dai Lastei del Predazzo scendevano delle donne selvatiche. Una di queste chiese ad una filatrice di ballare con lei. Un po’ perplessa, la ragazza accettò l’invito e danzarono per tre giorni di fila, al termine dei quali la donna selvatica le regalò tre foglie di betulla. Anche se le veniva da ridere, la ragazza si trattenne e accettò il dono. Le foglie si trasformarono in oro (Aurelio Garobbio, Montagne e valli incantate, 1963, pp.184-185). Sui monti di Onies (Trentino Alto Adige), secondo la leggenda, vivevano famiglie di uomini selvatici e le loro donne “crescevano con grande amore i figli come fanno tutte le mamme del mondo” (Massimo Centini, Il Sapiente del Bosco : il mito dell’Uomo Selvatico nelle Alpi, p.32). Nelle Alpi centro-orientali si parla delle anguane, donne selvatiche che hanno uno stretto rapporto con le acque. Sono spesso presentate come lavandaie o filatrici (Massimo Centini, L’Uomo Selvaggio : antropologia di un mito della montagna, 2000, pp.30-31). Una leggenda friulana un po’ inquietante dice che le anguane “che sorprendevano una donna a filare quando non era consentito, la divoravano e avvolgevano le sue interiora sul fuso” (Centini 2000, p.31). In alcune storie si dice che le anguane abbiano il piede caprino. Una leggenda le descrive addirittura come “mostri metà donne e metà serpe”, alla cui sgradita presenza fu posta fine con un esorcismo del vescovo di Trento (Aurelio Garobbio, Alpi e Prealpi : mito e realtà, 1975, p.153; Aurelio Garobbio, Alpi e Prealpi : mito e realtà, 1973, p.31). In altre storie, invece, anguane ed altre donne selvatiche sono esseri amabili al punto che gli uomini ne vengono affascinati e le sposano.

Oltre che essere un personaggio leggendario e un simbolo iconografico diffuso in tutto l'arco alpino, l'uomo selvatico è anche una maschera carnevalesca. La sua funzione è quasi sempre quella di capro espiatorio e personifica il lato oscuro ed incontrollabile della natura alpina. Alcune leggende lo vedono parente di alcune delle più celebri maschere della commedia dell'arte, come Arlecchino e lo Zanni, ma l'origine della maschera del Selvatico risale a tempi molto più antichi.

Un personaggio simile compare nelle Fiabe italiane di Italo Calvino. La fiaba è la n. 51, "Il gobbo Tabagnino" (di origine bolognese). In questo caso particolare, il personaggio ha lo stesso ruolo dell'Orco. L'Uomo Selvatico compare anche nelle fiabe dei fratelli Grimm "L'uomo selvatico" (De wilde Mann) e "L'uomo di ferro" (Der Eisenhans).


Fonti: Wikipedia; L'Uomo Selvatico in Italia di Giorgio Castiglioni

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