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 le fate della Palude Selena

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Dalhia
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MessaggioOggetto: le fate della Palude Selena    Dom Dic 09, 2012 8:33 pm

C'era una volta un contadino che si chiamava Noy. Era un uomo benvoluto. Abitava nelle vicinanze della palude Selena. Una sera si recò nell'osteria poco distante a ordinare la birra per la festa d'autunno che cadeva l'indomani. Dalla bettola uscì ma a casa non fece più ritorno.
Lo si cercò per oltre tre giorni finché, a mezzo miglio da casa sua, si trovarono dei cani che latravano e un cavallo che nitriva. Gli uomini che lo stavano cercando furono costretti ad attraversare una palude insidiosa e infine giunsero in una fratta. Fu proprio qui che scorsero il cavallo di Noy legato a un ramo, e vicino all'animale, i cani. Il cavallo era pasciuto avendo mangiato l'erba che cresceva l'intorno, mentre i cani erano pelle e ossa. I soccorritori portarono il cavallo in un fienile diroccato. Nel fienile trovarono Noy in persona, sprofondato nel sonno. Scorgendoli comparve confuso, e anche meravigliato, ma poi riuscì a raccontare ciò che gli era accaduto. Aveva attraversato la zona acquitrinosa prendendo per una scorciatoia, aveva perso l'orientamento e, percorse molte miglia in sella al suo cavallo, si era addentrato in una contrada sconosciuta.
Insperatamente vide delle luci e udì una musica in lontananza. Pensò di essere giunto in una masseria dove i contadini celebravano la festa d'autunno con un buon pasto e cavalcò nella direzione verso cui lo attraevano la luce e i suoni degli strumenti musicali. A un tratto il suo cavallo si adombrò ed egli non riuscì a smuoverlo. Alla fine non gli rimase altro da fare che legarlo a un pruno, quindi si diresse verso la casa colonica attraversando un giardino ben curato. Davanti alla casa vide molta gente che ballava o che, seduta intorno a lunghi tavoli, mangiava e beveva. Erano tutti ben vestiti, ma gli parvero incredibilmente piccoli di statura; anche le panche, i tavoli e i bicchieri erano minuscoli, a un tratto una ragazza più alta degli altri gli si mise al suo fianco. Indossava una veste bianca e suonava una specie di tamburo basco. La melodia era molto piacevole e i ballerini si muovevano con passi agili seguendo il ritmo con abilità. Poi la fanciulla porse lo strumento ad un ragazzotto e corse dentro la casa a prendere una brocca di birra per i convitati. Noy, al quale piaceva molto ballare e che non aveva nulla da obiettare all'idea di un boccale di birra, avanzò alla volta della fattoria, ma la ragazza gli fece capire a cenni di restare dov'era. Scambiò qualche parola con l'uomo che aveva in mano il tamburello e si avvicinò a Noy. "Seguitemi nel frutteto" disse. Lo condusse in un posto dove, alla luce delle stelle, riconobbe Grace Hutchens, la ragazza che era stata la sua innamorata ed era morta tre o quattro anni prima. "Ringrazia le stelle William " – disse - " se ho potuto stare all'erta e trattenerti! Sarebbe stato sufficiente un minuto e non ti avrei salvato: saresti appartenuto anche tu al popolo delle fate come e' successo a me". Lui fece per baciarla ma lei gli ordinò di non sfiorarla neppure con un dito e gli proibì di mangiare i frutti degli alberi o di cogliere un fiore se desiderava tornare in mezzo ai mortali. "Proprio perché ho mangiato una susina di questo frutteto incantato, oggi sono una fata"gli spiegò."Ti può apparire strano ma questo accadde per amor tuo. La gente credeva di avermi trovata morta nella palude, mentre chi avevano ripescato era un mostro. Mi sento viva come al tempo in cui stavamo insieme, caro". Quando disse queste parole, si udirono molte vocine flebili urlare in tono perentorio: "Grace, portaci altra birra e altro sidro, ma sbrigati". "Seguimi" disse a William "ma bada che nessuno ti veda e, se ti è cara la vita non cogliere ne’frutti ne' fiori". Noy le chiese un bicchiere di sidro, ma la ragazza glielo negò. Fu di ritorno dopo qualche istante e allora passeggiarono fianco a fianco nel giardino tra i fiori,e mentre camminavano, Grace gli raccontò della sua disavventura. Una sera al tramonto era andata alla palude a cercare una pecora. "Ti avevo sentito,William, chiamare i cani " – proseguì " e volevo raggiungerti dalla scorciatoia. Ma sono finita in un punto dove le felci erano più alte della mia persona. Ho cercato invano di arrivare da te, finché sono capitata nel frutteto e ho udito la musica. Non sono più riuscita ad uscire. C'era qualcosa che mi tratteneva. Ero impotente. Sfinita, affamata e assetata, ho colto da un albero una delle susine d'oro e l'ho mangiata. Nella mia bocca il frutto ha acquistato il sapore di acqua amara, dopodiché sono caduta a terra priva di sensi. Quando ho ripreso coscienza, mi sono vista attorniata da uno stuolo di questi omini. Ridevano ed erano contenti di aver trovato una ragazza carina che cucinasse per loro, preparasse la birra e sorvegliasse i lattanti che avevano sottratto ai mortali." Grace raccontò poi a William quali fossero le caratteristiche di quel popolo. "Hanno scarsa intelligenza e poco sentimento. A dir la verità, ricordano soltanto gli aspetti piacevoli di quando vivevano tra i mortali e nel caso di alcuni di loro si parla di oltre mille anni. Ma ciò che a un mortale sembra bello,diciamo una mela rossa o altri frutti saporiti,ai loro occhi non conta." William le domandò se le donne dessero alla luce dei figli, e Grace rispose che di tanto in tanto accadeva. "Ogni volta e'una grande gioia perché ognuno di questi omini si ritiene il padre. Devi inoltre sapere raccontò che hanno un'altra religione: adorano gli astri del firmamento. Non sono nemmeno fedeli come i cristiani: rimangono con la donna o con l'uomo vicino al quale si trovano casualmente quando cala la sera e sono stanchi di ballare. E'l'usanza di questo popolo." Grace gli disse inoltre di essere contenta della propria sorte anche perché poteva trasformarsi in un uccellino e, ogni qualvolta provasse nostalgia di lui, volava nelle vicinanze della sua casa. La chiamarono di nuovo perché li servisse, e Noy pensò in quale modo potesse salvare se stesso e la ragazza. Ora prestate attenzione in modo che sappiate come trarvi d'impaccio se mai veniste a trovarvi nella medesima situazione. William si sfilò di tasca un guanto, lo rovesciò e lo lanciò in mezzo agli uomini. Di colpo sparirono tutti. Anche Grace. Egli invece si trovò nel fienile diroccato. Qualcuno, così almeno gli sembrò - gli aveva sferrato un colpo in testa poiché era stramazzato a terra. Quindi era caduto in un sonno profondo. Furono gli uomini che erano venuti a cercarlo che lo svegliarono. Come la maggior parte dei mortali che si avventurano nel regno delle fate, anche William Noy perse dopo la sua si avventura, il gusto di vivere tra i suoi simili. L'unica cosa che gli procurasse diletto era il melodioso canto di un uccellino sulla finestra della sua casa.

(fonte: "Fiabe e leggende Bretoni" - Mondadori)
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