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 la vita di Anita Garibaldi

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MessaggioTitolo: la vita di Anita Garibaldi   Gio Mar 17, 2011 4:24 pm


Nacque il 30 agosto 1821 in Brasile a Morrinhos, presso Laguna nella provincia di Santa Catarina, figlia del mandriano Bento Ribeiro da Silva, detto "Bentòn", e di Maria Antonia de Jesus Antunes. La coppia ebbe sei figli, tre maschi e tre femmine. La bambina fu battezzata Ana e chiamata in famiglia Aninha, che è il diminutivo di Ana in lingua portoghese. Fu Garibaldi, a suo tempo, ad attribuirle il diminutivo spagnolo Anita, con il quale è universalmente nota. Dopo che la famiglia si fu trasferita a Laguna, nel 1834, in pochi mesi morirono il padre e i tre figli maschi. Pare che il trasloco a Laguna si fosse reso necessario per allontanarsi dai propositi di vendetta di un carrettiere di Morrinhos il quale, attratto dalle grazie di Anita e avendolo dimostrato con "modi poco rispettosi", si era visto sfilare il sigaro di bocca dalla ragazzina che, per sottolineare il suo diniego, pensò bene di spegnerlo sul viso del focoso pretendente.Il 30 agosto 1835, all'età di 14 anni, Anita va in moglie a un calzolaio, Manuel Duarte de Aguiar, nella cittadina di Laguna. La veridicità storica di questa unione - talvolta contestata, ma senza successo, anche da Menotti Garibaldi, figlio di Anita e del Generale - sembra essere dimostrata da un atto di matrimonio ancora esistente e da quanto scritto dallo stesso Garibaldi nelle sue "Memorie".

Nel luglio del 1839, all'età di 18 anni, Anita incontra Garibaldi a Laguna. Da quel momento, dopo aver verosimilmente abbandonato il marito, Anita sarà la donna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e la compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre con gli uomini, e pare che venga spesso assegnata alla difesa delle munizioni, sia negli attacchi navali sia nelle battaglie terrestri.

All'inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, Anita cade prigioniera delle truppe imperiali brasiliane. Ma il comandante, molto colpito dal temperamento indomito della giovane, le concede di cercare il cadavere del marito sul campo di battaglia. Anita, approfittando della distrazione delle guardie, afferra un cavallo e fugge. Si ricongiunge con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande Do Sul.

Il 16 settembre 1840 nasce il loro primo figlio al quale danno il nome di Menotti, in onore di un patriota italiano, Ciro Menotti. Dodici giorni dopo il parto, Anita sfugge a una nuova cattura. I soldati imperiali circondano la sua casa, uccidono gli uomini lasciati da Garibaldi a difesa e cercano di catturarla. Ma Anita, con il neonato in braccio, esce da una finestra (o da una porta secondaria), inforca il cavallo e fugge nel bosco. La sua estrema abilità di cavallerizza e la sua coraggiosa vitalità la salvano ancora una volta. Rimane nascosta nel bosco per quattro giorni, senza viveri e con un neonato al petto, finché Garibaldi e i suoi la trovano.

Nel 1841, essendo divenuta ormai insostenibile la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita prendono congedo da quella guerra e si trasferiscono a Montevideo, in Uruguay, dove rimarranno sette anni, durante i quali Garibaldi manterrà la famiglia impartendo lezioni di francese e di matematica. Nel 1842 Anita e Garibaldi si sposano nella parrocchia di San Bernardino. Stando alle "Memorie" del generale, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di avere notizia certa della morte del precedente marito di Anita. Negli anni successivi nascono i figli: Rosita (1843) che morirà a soli 2 anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847), quarto e ultimo figlio.

Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita con i figli si imbarca per Nizza dove viene ospitata dalla madre di Garibaldi. Il marito la raggiunge con un altro bastimento qualche mese più tardi.

L'anno seguente Anita è di nuovo in combattimento. Il 9 febbraio 1849 presenzia a Roma alla proclamazione della Repubblica Romana, che però avrà vita breve. Gli eserciti francese e austriaco attaccano la città eterna per ripristinare il potere papale. I garibaldini danno vita a una eroica resistenza, respingendo gli assalti quartiere per quartiere, per molti giorni. Ma la superiorità di uomini e mezzi a disposizione delle forze avversarie è schiacciante. E dopo l'ultimo scontro sostenuto nella zona del Gianicolo, Garibaldi e i suoi sono costretti alla fuga.

Quella fuga prenderà storicamente il nome di "trafila", una marcia forzata attraverso mezza Italia. I garibaldini si sparpagliano su strade diverse per sfuggire alla caccia dei soldati austriaci e della polizia papalina. Garibaldi rimane solo con Anita e con il fedelissimo Capitano Leggero. Mirano a raggiungere Venezia, l'unica repubblica che ancora non sia stata travolta dagli eserciti delle potenze imperiali europee. Ma Anita è incinta, al quinto mese di gravidanza. La sua fuga, a piedi, a cavallo, attraverso montagne e fiumi, è un calvario. Le sue condizioni di salute peggiorano a vista d'occhio. Nelle valli di Comacchio si consuma la tragedia. La donna perde conoscenza. Pur braccati dai nemici, Garibaldi e Leggero la caricano su una piccola barca e poi, su un vecchio materasso, la trasportano nella fattoria del patriota Guiccioli in località Mandriole di Ravenna, dove subito accorre un medico, il quale però può solo constatare che Anita è spirata. La data della sua morte è il 4 agosto 1849. Anita ha ventotto anni. La sua avventura umana, storica e sentimentale accanto a Giuseppe Garibaldi è durata appena undici anni.

La vicenda terrena di Anita, al di là perfino di quanto succintamente detto fin qui, presenta aspetti che sembrano sconfinare nel romanzesco. E tali fatti meritano di essere descritti in modo più dettagliato.

La futura moglie di Giuseppe Garibaldi, la donna che diventò quasi una leggenda nel Risorgimento italiano e incarnò l'ideale di donna-guerriero che combatteva per i diritti dei popoli e per l'eguaglianza dei cittadini, proveniva da una famiglia molto modesta, discendente da portoghesi delle Azzorre che nel Settecento erano emigrati in Brasile, prendendo sistemazione nella provincia di Santa Catarina.

La maggior parte dei dipinti che ritraggono Anita con elementi idealizzati, "manierati" ed "europeizzati" al fine di inserire la moglie di Garibaldi in una cornice più borghese e tranquillizzante.

Una descrizione certamente attendibile di Anita è quella lasciata dallo stesso Garibaldi nelle sue "Memorie": “Era una donna alta, col volto ovale, i grandi occhi neri e i seni prosperosi” scriverà il generale. Nulla di più sull'aspetto fisico, che tuttavia doveva aver colpito il giovane Garibaldi in modo straordinariamente intenso, dato che dopo averla vista per la prima volta col cannocchiale scrutando un villaggio della Laguna da bordo della sua nave, volle immediatamente sbarcare per mettersi alla ricerca di quella ragazza. La cercò inutilmente per un'ora o giù di lì, finché fu invitato da un abitante del villaggio nella sua casa a prendere una tazza di caffè. Aperta la porta, Garibaldi si trovò davanti quella ragazza alta, fiera e dai "grandi occhi neri" che stava cercando. E, secondo il suo stesso racconto, le disse spavaldamente in italiano (perché a quel tempo non conosceva bene il portoghese): «Tu devi essere mia».

La storia di Anita antecedente quella data presenta zone d'ombra che lo stesso Garibaldi non volle chiarire nelle sue "Memorie". Gli interrogativi riguardano soprattutto il suo matrimonio con il calzolaio Manuel Duarte de Aguiar. Chi era costui? Che fine fece? Anita lo abbandonò non appena conobbe Garibaldi? E come avvenne tale abbandono? Fu un rapimento? O fu una fuga della giovane con il suo amante?

L'argomento si è prestato nel tempo a mille supposizioni e invenzioni. Sembra essere un'invenzione, per esempio, che Anita, quando conobbe Garibaldi, era già stata abbandonata dal marito, il quale, essendo di idee filomonarchiche e stanco di scontrarsi con la moglie per ragioni politiche, si sarebbe arruolato nell'esercito imperiale senza più far ritorno a casa.

Secondo altre ipotesi, anche queste ben poco suffragate da fatti, Anita non sarebbe mai stata sposata, ma avrebbe avuto una relazione non regolarizzata, more uxorio. L'ipotesi non è peregrina. È infatti molto improbabile che, in quel contesto storico e sociale, una ragazza bella - e povera - potesse arrivare all'età di diciotto anni senza avere stabilito un'unione di qualche sorta con un uomo.

Tuttavia la versione dei fatti che nega il matrimonio con Aguiar - e che fu sostenuta in seguito anche da Menotti, il primogenito di Anita e Garibaldi - appare contraddetta dallo stesso Generale, il quale nelle sue "Memorie" racconta che, per sposare Anita con rito religioso a Montevideo, dovette dichiarare che il marito di lei era morto e che egli stesso conosceva il luogo della sua sepoltura.

In verità, l'unica cosa che si può evincere con quasi assoluta certezza dalle "Memorie" di Garibaldi è che la diciottenne Anita non esitò un attimo a seguire il bell'Italiano, quell'audace marinaio trentaduenne che capitanava alcune piccole navi adibite alla guerra corsara contro la flotta imperiale brasiliana, nella rivoluzione della Repubblica Riograndense, detta anche la Guerra dei Farrapos. Anita, donna dal carattere impetuoso, indomabile, quasi selvaggio, si trasferì a bordo della nave, e fece vita da corsaro, sbarcando di tanto in tanto nei porti della costa meridionale del Brasile.

La leggenda vuole che Garibaldi fino a quell'epoca non sapesse cavalcare e che gli fosse insegnato da Anita, abilissima cavallerizza, vissuta nell'infanzia a contatto con il mondo dei gauchos che popolavano le pampas tra il Brasile e l'Argentina. La realtà è probabilmente quella che Garibaldi scrisse nelle sue "Memorie", e cioè che egli apprese a cavalcare da giovane senza alcun insegnante. Tanto che l'ormai anziano generale, scrivendo le proprie memorie, si rammarica di essere stato un autodidatta e di non aver potuto usufruire nell'adolescenza di un'istruzione specifica alle armi, agli esercizi fisici e all'uso dei cavalli. È quindi probabile che la leggenda di Anita insegnante di equitazione di Garibaldi vada leggermente "rivista" immaginando, com'è naturale, che l'abilissima cavallerizza abbia soltanto aiutato il suo uomo a migliorare le proprie capacità ippiche.

Che fine abbia fatto il marito o compagno di Anita - che fu probabilmente l'uomo che offrì un caffè a Garibaldi nella sua casa - non è dato sapere. Il Generale nei suoi scritti, negli anni della vecchiaia, manifestò sentimenti di colpa o di rimorso, forse per aver strappato la moglie al legittimo marito, o forse addirittura - come hanno insinuato recenti denigratori del Generale - per aver ucciso o fatto uccidere l'uomo al fine di impossessarsi della sua donna.

Ecco, dalle sue "Memorie", le frasi scritte di pugno da Garibaldi, che fanno intravedere un mistero ma non lo chiariscono. Le frasi si riferiscono al primo incontro con Anita e subito dopo alla sua morte: «Se vi fu colpa, io l'ebbi intiera! E... vi fu colpa! Sì!... sì, l'annodavano due cuori con amore immenso, e s'infrangeva l'esistenza d'un innocente!... Essa è morta! Io infelice! E lui vendicato... Sì! Vendicato!»

Chi era "l'innocente" la cui esistenza era stata infranta? Chi era l'infelice "vendicato" dalla morte di Anita? Era il marito a cui Garibaldi aveva rubato la moglie?

Il testo delle "Memorie" così prosegue: «Io, conobbi il gran male che feci, il dì, in cui sperando ancora di rivederla in vita io, stringeva il polso d'un cadavere: e piangevo il pianto della disperazione! Io, errai grandemente ed errai solo!».

Garibaldi dunque si accorge del "gran male" che ha fatto soltanto nel momento in cui una specie di Fato vendicatore gli porta via l'amata moglie, facendola morire durante la fuga da Roma. Quale fosse quel "gran male", rimane un mistero. Ma Garibaldi sembra comunque voler scagionare Anita da ogni accusa: "errai solo", scrive.

Lo scrittore francese Alexandre Dumas, che lesse quella pagina del manoscritto prima della sua pubblicazione, disse al Generale che le frasi erano vaghe e che andavano precisate. Garibaldi, secondo la testimonianza di Dumas, per tutta risposta allargò le braccia e replicò: "Bisogna che rimangano così".

Alla morte di Anita, si racconta che Garibaldi piangesse stringendo nelle mani il polso di lei e non volesse abbandonarla. A fatica il fedelissimo Leggero lo convinse a riprendere la fuga e a mettersi in salvo prima dell'arrivo della polizia papalina e dei soldati austriaci. «Generale, dovete farlo. Per i vostri figli, per l'Italia...» avrebbe detto Leggero.

Il corpo senza vita di Anita fu frettolosamente sepolto nella sabbia, dal fattore e da alcuni amici, nella vicina "motta della Pastorara", allo scopo di nascondere il corpo alle perquisizioni delle pattuglie.

Sei giorni più tardi, il 10 agosto 1849, la salma venne casualmente scoperta (un braccio affiorava dalla sabbia ed era già stato mordicchiato dai cani) da un gruppo di ragazzini. Fu trasportata al cimitero di Mandriole. Il 12 agosto il Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, conte Lovatelli (in sostanza il locale comandante della polizia papalina), consegnò a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, un rapporto nel quale si sostiene che "tutto conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sia per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza".

Non basta. Il poliziotto aggiunge che il cadavere mostra "segni non equivoci" di strangolamento (tra l'altro anche lacerazioni alla trachea). Come dire che Garibaldi, per non essere impacciato nella fuga, avrebbe strangolato la moglie incinta. È evidente che si tratta di un rapporto fabbricato ad arte dalla polizia papalina per screditare presso il popolo l'Eroe dei due Mondi, il generale anticlericale che aveva osato sloggiare il Papato da Roma sostituendolo con la seppur effimera Repubblica. Il referto della polizia fu poi smentito dallo stesso medico che aveva esaminato il cadavere di Anita: nessun strangolamento.

Nel decennio successivo alla morte, i resti di Anita vennero riesumati per ben 7 volte da varie parti che se ne contendevano il lascito morale. Per volontà del marito, nel 1859 le sue spoglie vennero trasferite a Nizza, non nascondendo la valenza affettiva e l'intento polemico della scelta:

« Al santuario
Venduto de' miei padri avranno stanza
Le tue reliquie e d'altra donna amata
Madre ad entrambi, adornerai l'avello! »
( da Anita di Giuseppe Garibaldi)

In seguito, nel 1932, furono definitivamente deposte nel basamento del monumento equestre eretto in onore di Anita Garibaldi sul Gianicolo, a Roma, la città per la cui difesa Anita era morta.


Fonte:
wikipedia.org

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MessaggioTitolo: Re: la vita di Anita Garibaldi   Gio Mar 17, 2011 10:07 pm

Ho sempre ammirato il coraggio di questa grande donna... E dopo aver letto i dettagli della sua romanzesca vita, non posso che ammirarla ancora di più...

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